<![CDATA[coniglibianchi.it - Blog]]>Mon, 02 Dec 2019 03:14:05 +0100Weebly<![CDATA[Nothing about us without us]]>Sun, 01 Dec 2019 14:23:44 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/nothing-about-us-without-us
Come ogni primo dicembre, dopo un silenzio lungo 364 giorni, si torna a parlare di Hiv. Non tutti però possono permettersi di farlo una sola volta l’anno: noi ad esempio con l’Hiv ci (con)viviamo da anni e ci piacerebbe che in questa giornata si parlasse anche di chi con il virus e le difficoltà che comporta già ci vive. Ci chiamiamo Luca e Riccardo, abbiamo 36 anni, stiamo insieme da sette e siamo una coppia siero-magnetica.
 

L’Hiv ha fatto parte della nostra storia sin dall’inizio: dalla fatica del coming out iniziale, al percorso emotivo, ancor prima che cognitivo, che entrambi abbiamo affrontato, alla continua ricerca di informazioni aggiornate (perché nella moda forse non è così, ma per la scienza gli anni ’80 sono finiti eccome), fino alla fondazione con un gruppo di amiche dei Conigli Bianchi, gli artivist* contro la sierofobia.

Con questo progetto abbiamo provato a sfatare i pregiudizi più tossici sulla sieropositività, inizialmente solo in Italia ma ultimamente anche in giro per l’Europa. D’altronde da bravi esponenti della “generazione Erasmus” amiamo viaggiare, e in questi anni casa è stata molti luoghi.
Purtroppo non in tutti siamo sempre stati i benvenuti. 


Il leader di UKIP Nigel Farage, per dirne una, non molto tempo fa ci definì “turisti della sanità”, e propose di bloccare l’accesso al Regno Unito a tutte le persone sieropositive, che a suo dire si curavano a spese dei contribuenti britannici. Da cittadini europei che pagavano le tasse in UK certi proclami ci indignarono ma non ci preoccuparono eccessivamente. Oggi invece ci chiediamo: che effetto avrà la Brexit su tutte le persone sieropositive che vivono in Inghilterra? Noi lo scopriremo a breve sulla nostra pelle.

Quella stessa pelle che divenne d’oca quando un’organizzazione internazionale (una di quelle che teoricamente non dovrebbe discriminare sulla base di condizioni mediche, sessualità, background etc) offrì a uno di noi una consulenza negli Stati Uniti che non prevedeva alcuna assicurazione sanitaria, ignorando il fatto che oggi per una persona che vive con Hiv è quasi impossibile stipulare un’assicurazione privata, e di fatto discriminando attivamente chiunque abbia una condizione cronica.

Ciononostante siamo consapevoli di essere privilegiati sotto molti punti di vista: abbiamo vissuto sempre in grandi città che garantivano l’accesso gratuito alle terapie; ci muoviamo all’interno di reti di persone che vivono esperienze simili che non ci hanno mai fatto sentire soli; i nostri amici e affetti conoscono la nostra storia e ci sostengono, e abbiamo entrambi un lavoro che ci affatica ma ci piace (che non è poco).

Detto questo, non diamo per scontato nessuno di questi privilegi. La nostra generazione di scontato sul suo futuro può dare ben poco: siamo abituati a un lavoro che cambia ogni due o tre anni, a pensioni che paghiamo ma non vedremo mai, a una mobilità lavorativa che lede tutta una serie di garanzie e diritti, a rigurgiti di fascismo, omofobia e razzismo che vorrebbero riportarci indietro di decenni.

Per ora il sistema di salute pubblico italiano garantisce l’accesso alle cure per tutte le persone che vivono con Hiv, un accesso però sempre caratterizzato da tempi di attesa che portano via per lo meno mezza giornata. A causa dei tagli e delle continue privatizzazioni l’erogazione degli antiretrovirali, a differenza di quanto succede altrove, avviene su base mensile o bimensile (ed è di nuovo mezza giornata che se ne va). Facendo un calcolo approssimativo tra visite, controlli e ritiro dei farmaci oggi in Italia una persona ha bisogno perlomeno di una settimana (ma i meno fortunati arrivano facilmente a due settimane) di permessi o ferie per aderire alla terapia. E questo quando si ha un lavoro che la malattia la prevede, cosa sempre più rara. E anche in quel caso non si considera mai come un meccanismo del genere comprometta non solo la qualità della vita, ma anche la privacy delle persone, le cui assenze dal lavoro destano puntuale sospetto con i colleghi. Quanto pesa l’invisibilità della sieropositività in un contesto del genere? Moltissimo.

D’altronde se hai scelto di non rendere nota a nessuno la tua condizione vertenza non la fai, non denunci un datore di lavoro senza esporti pubblicamente e non puoi davvero aspettarti di cambiare l’immaginario collettivo su questo tema senza uscire dall’anonimato. La questione insomma è che oggi l’Hiv non è più un fatto puramente medico, ma è, come da sempre, una questione politica e sociale che richiede un dialogo pubblico che coinvolga istituzioni pubbliche, società civile, settore privato e mondo del lavoro. 

Se è vero che la scienza ha fatto passi da giganti, e che l’aderenza alle cure è il principio cardine su cui si basa la risposta all’epidemia, allora l’attenzione alle dimensioni politiche, sociali ed economiche è quanto mai fondamentale. Non esistiamo solo in funzione del virus con il quale conviviamo, ma siamo persone che lavorano, viaggiano, hanno desideri di genitorialità, studiano e si confrontano con tutte le sfide di questi tempi. 

Se realmente vogliamo vincere la battaglia contro l’Hiv e raggiungere gli obiettivi del 90-90-90 è necessario esigere politiche pubbliche che contemplino l’intersezionalità della condizione della sieropositività con quella dell’essere donna, migrante, lavoratore precario, queer, genitore, partita IVA, trans o pensionat*.

Solo tenendo in conto di queste complessità, che evidentemente vanno al di là del mero dato medico, sarà finalmente possibile sconfiggere l’epidemia e lo stigma che l’accompagna e che la rende unica rispetto a tutte le altre condizioni croniche.

Ci auguriamo insomma che questo primo dicembre possa diventare un giorno di trasformazione e di celebrazione della visibilità fieropositiva di chi tutti i giorni vive, ama e battaglia con l’Hiv.

Buon primo dicembre, buona festa della sieroconsapevolezza.

#ConigliBianchi #UequalsU #Wad2019 #WorldAidsDay #PrimoDicembre #Undetectable #EndStigma #Sierofobia #December1st #WAD19
]]>
<![CDATA[U equals u - I CONIGLI BIANCHI SBUCANO A TRENTO]]>Mon, 28 Oct 2019 15:07:42 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/u-equals-u-i-conigli-bianchi-sbucano-a-trentoIn occasione della giornata mondiale contro l’AIDS 
il 23 Novembre Lila del Trentino Conigli Bianchi
presentano

UEQUALSU • La scienza a letto è uno spettacolo •
una serata di ARTivismo contro la sierofobia

presso 
Sala Conferenze della Fondazione Caritro
via Calepina, 1- Trento
Sabato 23 Novembre, ore 18:00 [ingresso libero] Foto





Nell’approssimarsi del mese della prevenzione e della lotta all’AIDS, 
Lila estrae dal cilindro i Conigli Bianchigli artisti e attivisti contro lo stigma dell’HIV. 

Per la prima volta a Trento i bianconigli Tony Allotta e Luca Er Baghetta 
sfateranno i pregiudizi più tossici sulla sieropositività in un percorso fatto di monologhi, giochi interattivi, ironia ed emozioni sierocoinvolte.
•• •• •• 

Quante leggende metropolitane su baci e aloni viola sopravvivono ancora oggi nell’inconscio collettivo e in ciascuno di noi?

E’ possibile rovesciare 30 anni di tabù e trasformare la paura in potere?

Cosa si prova a scoprire che le ultime persone al mondo in grado di trasmettere il virus sono proprio quelle che già ce l’hanno e che si curano?!

•• •• ••
‘Knowledge is Power’, la conoscenza è potere, 
recita il più famoso slogan degli attivisti di ACT UP.
 
Ma nel caso dei Conigli Bianchi, è pure uno spasso.

•• •• •• •• •
SPOILER
•• •• •• •• •

Nel titolo della serata è contenuto l’hastag che sta rivoluzionando il mondo.
Siate curiosi e curiose. 
Siate Alice.

#UequalsU
https://www.facebook.com/events/3029235487092461/



]]>
<![CDATA[Decolonizzarsi il cervello: due conigli ‘obruni’* in Ghana]]>Fri, 29 Mar 2019 15:11:35 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/decolonizzarsi-il-cervello-due-conigli-obruni-in-ghana
Da poche ore siamo rientrati a casa. Dopo aver dissimulato per quattro settimane la nostra inguaribile** omosessualità nelle strade di Accra siamo tornati a Lisbona, luogo dove scambiarsi effusioni in pubblico non si traduce in 25 anni di carcere o in un linciaggio.

**[primo asterisco veronese:‘felicemente inguaribile’. Chiunque sostenga le teorie riparative è un criminale.]

È stato un mese di epifanie continue, sicuramente per me che mettevo piede nel continente per la prima volta, ma anche per Riccardo, che in Ghana per studio o lavoro ci va quasi ogni mese. Troppi gli shock culturali per raccontarli tutti, ma il filo rosso che li lega, per quanto è un pò la scoperta dell’acqua calda, mi fa piacere raccontarlo e condividerlo: in questi pochi giorni ho potuto ridefinire come mai prima la misura del mio infinito privilegio. 

​Tra le tante esperienze non facilmente dimenticabili si erge su tutte la visita ai primi forti coloniali dell’Africa Subsahariana, per esser più precisi il forte di 
Elmina e quello di Cape Coast. Questi sono i luoghi in cui inglesi, olandesi e portoghesi iniziarono nel 1482 quelle prime truffe che la storia definisce curiosamente ‘scambi commerciali’, e gli stessi luoghi dove, una manciata di decadi dopo, si cominciarono a commerciare persone.
Entrando nei sotterranei dove venivano imprigionate migliaia di donne e uomini la guida fa notare che oggi non si cammina sui mattoni originali ma bensì su 10 centimetri di sedimento. Letteralmente due secoli di sangue, feci, vomito e brandelli di carne. Da lì è cominciata una visita terrificante alle quale ero arrivato poco preparato.

Respirare a fatica nelle caldissime celle di isolamento dove si lasciava morire di fame e sete chi osava ribellarsi. Sostare sotto al sole nei piazzali in cui gli ufficiali selezionavano le donne da stuprare, toccare i muri delle stanze in cui venivano lavate e salire nelle camere dove venivano portate. Affacciarsi dalla ‘porta del non ritorno’, un pertugio nel muro dal quale si accedeva alle navi, impossibile da attraversare per la quasi totalità dei visitatori tanto era stretto. Scoprire quanto le gravidanze fossero frequenti e tragiche, e come i neonati venissero sistematicamente sottratti alle madri, o peggio, se identificate come incinte durante il viaggio, venissero direttamente gettate a mare. 

Quando la guida racconta l’abolizione della schiavitù e la fine della tratta, la visita è finita. È un momento di palpabile sollievo. Ma, osservando con attenzione, sembra esserlo più per chi ha la pelle bianca. La reazione dei tanti afro-americani che hanno attraversato l’oceano appositamente per visitare quei luoghi, e che non sono finiti lì casualmente come me e altri, mi è parsa glaciale. Non che l’esperienza non fosse stata innegabilmente disturbante per chiunque, ma qualcosa nell’energia, nel livello di attenzione, nella postura, mi sembrava diverso. Oppure, più probabilmente, tanta colpa e tanta vergogna come in quel momento non le avevo mai provate.

Usciti dai due forti ci ritroviamo immersi in un villaggio di pescatori che tanti di noi definirebbero una favela, ma che per migliaia di persone è il luogo dove tra gioie e difficoltà si cresce: è casa. 

Solo da qui pare che la tratta degli schiavi abbia deportato dai 12 ai 20 milioni di persone. Ti inizi a domandare anche quante ricchezze siano salpate da quel porto in 500 anni. E mentre cerco sul mio Iphone dati a riguardo, non posso fare a meno di pensare a quanto il mio benessere nasca da secoli di schiavismo, razzie, torture e stupri.

“Contestualizzare storicamente” non giustifica nulla di quello che ho visto. Chi si indigna per della simbolica vernice su Montanelli sappia che “contestualizzare” non migliora il quadro, ma al contrario, lo peggiora. E per quanto la complessità della storia non sia mai riducibile ad un unicum coerente, ed esistano testimonianze di amori clandestini, la regola del colonialismo rimane l’orrore.

“Invito chi è qui oggi a porsi una domanda” ha chiuso la guida “possiamo dire che la schiavitù sia davvero finita?”. Fin troppa gentilezza nel porre una domanda così retorica. Eppure quanta fatica si fa a decolonizzarsi il cervello. È un pò lo stesso esercizio faticoso e costante che richiede il femminismo: mettere in discussione quanto si è appreso in una vita, il nostro stesso sguardo sulle cose e il linguaggio che scegliamo per parlarne. 
Da oggi il “Congresso delle Famiglie” giocherà molto con le parole (e con le nostre vite), nascondendosi dietro famiglia, amore e vita, quando in realtà sta organizzando la mera difesa del proprio potere e del proprio privilegio. Il privilegio di essere maschi, il privilegio di essere eterosessuali cis-gender e il secolare privilegio di essere bianchi.

Per questo in tante e tanti saremo in piazza per far vivere la Verona dell’autoderminazione. E già li sento i commentatori immancabili, rimproverare il movimento della qualunque: sostenendo che parlare di famiglie è comunque fare il gioco loro, che parlare apertamente di sesso e libertà è controproducente, che trasformarlo in un Pride è fuoriluogo, che usare vernici lavabili o fare disobbedienza civile non violenta è un autogol, che nominare troppo certi partecipanti non serve a niente se non a dargli la visibilità. Insomma come la fai la fai, la sbagli. 

E invece è proprio il contrario. L’unico modo per non sbagliare è esserci. Perché il passaggio successivo allo svelamento del privilegio è fare qualcosa al riguardo.

29.03.2019
​Luca 

*Obrooni in Akan significa straniero, letteralmente tradotto come “coloro che vengono dall’altro lato dell’orizzonte”. È tradotto informalmente come bianco, “bianchi”.
]]>
<![CDATA[#LOVEPOSITIVEWOMEN - il buon San Valentino fieropositivo]]>Wed, 14 Feb 2018 13:46:15 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/lovepositivewomen-il-buon-san-valentino-fieropositivo
Foto
Coniglia San Valentina di FRAD
Dopo anni di attacchi ai diritti, alle scelte e ai corpi delle donne, un movimento globale sta pretendendo un’inversione di marcia sia sul piano culturale che giuridico. Sul fronte della lotta all’HIV l’occhio di bue che da 30 anni illumina le cosiddette “categorie a rischio”, sta inchiestando sempre più attentamente la specifica situazione delle donne, che rappresentano ormai più della metà della popolazione sieropositiva del pianeta (si parla di almeno 18 milioni).


Nei paesi dove non c’è un sistema nazionale sanitario adeguato l’AIDS resta infatti il killer numero uno per le donne (per quelle tra i 15 e i 44 anni e per le ragazze tra i 15 e i 19 anni). Negli Stati Uniti donne nere e latine, pur rappresentando meno del 30% della popolazione generale, costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione positiva femminile (si stima addirittura che attualmente su 10 donne sieropositive più di 8 siano ‘women of color’).

Questa cosidetta “epidemia nascosta”, è comprensibile solo attraverso un approccio intersezionale, capace cioè di tenere conto delle varie identità sociali che si sovrappongono in ciascuno, quindi non solo il genere d’appartenenza ma anche l’età, la (dis)abilità, la classe, la nazionalità o l’etnia.

Tutte le donne che vivono con HIV per accedere alle cure e poter aderire correttamente alle terapie devono superare numerose barriere strutturali e sociali: la scarsa alfabetizzazione sanitaria, le limitate modalità di prevenzione, la minore partecipazione alle sperimentazioni scientifiche, la vulnerabilità sociale, lo stigma e le discriminazioni legata alla sieropositività. 


Numerosi studi raccontano come i coming out sierologici [o peggio gli outing sierologici!] diano troppo spesso vita a isolamento sociale, solitudine, depressione e quindi a loro volta minino la salute stessa delle donne, o la capacità di aderire correttamente alla terapia. Lo stigma sociale, di cui si può avere paura o di cui si può aver avuto esperienza, rappresenta il primo deterrente per l’accesso alle cure o ai necessari servizi di supporto. Per questo l’accesso alle informazioni mediche corrette e aggiornate è vitale, ma ancora di più lo sarebbe il supporto della propria comunità.


In un momento in cui il 76% degli internauti ha una presenza sui social media attiva e quotidiana (10 anni fa si parlava al massimo del 10% degli utilizzatori totali di internet) si offre un’occasione inedita per far sentire il proprio supporto anche in quella che viene definita la nostra “comunità digitale”, avendo a disposizione una piattaforma che può veicolare efficacemente non solo informazioni ma anche solidarietà, permettendo di aggirare solitudini, distruggere stereotipi, combattere lo stigma e la sierofobia che colpiscono con particolare violenza le donne e le donne transgender di tutto il mondo.
 


'Ben venga una ricorrenza controversa come quella di San Valentino', si sono dette le attiviste di International Community of Women Living with HIV 'se serve a supportare anche solo una di quei 18 milioni di donne nel mondo che vivono con HIV'.
#LOVEPositiveWomen è messaggio rivolto a chi lotta ogni giorno, non solo contro un virus invisibile, ma contro visibilissime violenze, contro leggi ingiuste che criminalizzano e incarcerano le donne positive al virus, contro l’ignoranza che isola e discrimina, contro il maschilismo che rende ogni volta così faticosa la contrattazione sull’uso del profilattico, contro tutti coloro che ancora non sanno che non solo una donna sieropositiva in terapia non è in grado di trasmettere il virus ai propri partner sessuali, ma è anche in grado di avere figli sieronegativi e di vivere una vita lunga, in salute e a testa alta.


Buon San Valentino sierocoinvolto e fieropositivo.
#LOVEPositiveWomen
Foto
Art by VIOLETTA VALERY
]]>
<![CDATA[i conigli bianchi all'eacs 2017]]>Thu, 02 Nov 2017 09:59:08 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/i-conigli-bianchi-alleacs-2017
Si è chiusa la scorsa settimana a Milano la 16a European AIDS Conference. Per tre giorni la comunità scientifica si è confrontata sulla diffusione europea dell’HIV, su nuove terapie e sui futuri strumenti di prevenzione. 

Attraverso l'esposizione dei nostri Conigli Bianchi  abbiamo portato alla conferenza un messaggio cruciale: l’HIV non è una questione meramente medica, e l’epidemia e il virus non si fermeranno a colpi di sole pillole ma attraverso un lavoro culturale che deve investire prima di tutto i comportamenti sociali e sessuali.

Il tabù che circonda l’HIV si fonda su imbarazzo e repulsione; il primo viene dalla disabitudine a parlare di sesso laicamente, la seconda dal terrore che incutono le infezioni sessualmente trasmissibili. Chi crede nella cultura della prevenzione ha il compito di aggirare entrambi questi elementi.

Se è vero che a libere scelte sessuali si giunge solo attraverso la conoscenza dei rischi, piuttosto che cavalcare la paura dell’ignoto come Conigli Bianchi preferiamo diffondere il culto della curiosità  

Se l'argomento appare dall'esterno come un’oscura tana senza fine, allora il coraggio di sfidare la vertigine è l'inizio di un processo di empowering. In ogni nostra produzione è questo lo spirito che cerchiamo di infondere, sostituendo pietismi e giudizio con messaggi di forza.

Ridisegnare completamente l’immaginario della sieropositività non significa combattere un virus o uno stigma, o almeno non solo. Significa anche mettere in discussione la qualità stessa delle nostre relazioni affettive e spingerci a migliorarle nel rispetto dei propri partner sessuali.

Cogliamo l’occasione per ringraziare tutte le persone che ci hanno aiutato, il riscontro ricevuto in tre giorni è stato al di sopra di ogni nostra aspettativa, al punto che i nostri #SixLittleRabbits sono stati addirittura reclamati alla conferenza mondiale di Amsterdam, l'AIDS2018!!

Grazie.

Grazie a tutti gli artisti aRtivisti che sono il cuore del progetto e che hanno donato i loro contributi senza pensarci un attimo:

Federico Appel
Pierluigi Balducci
Marta Baroni
Marta Besantini
Lucia Biagi
Emiliano Cavalli
Anna Cercignano
Paolo Di Censi
Federico Fabbri
Chiara Filincieri
Frad
Elena Guidolin
Hogre
La Flan
Le Oche Lessons from the Geese
Lele Kong
Paolo Maccari
Maicol&Mirco
Marco Mazzoni
Alice Milani
MP5
Eugenio Nittolo
Francesco Orazzini
Orione
Maria Passaro
Deborah Pellegrino
Pistrice
David Pompili
Silvia Rocchi
Nina Rubens
Laura Scarpa
Silvicius
Tuono Pettinato
Violetta Valery
Iacopo Vecchio
Gemma Vinciarelli
Fabio Visintin
YY(doublewhy)

Alle presidentesse Antonella d'Arminio Monforte e Fiona Mulcahy per averci invitato e voluto, e a Joëlle Verluyten e tutta la segreteria EACS per essersi presi cura di noi.

Alle sisters di Gayarama per la visione, la logistica e la passione; senza di voi niente di tutto questo sarebbe mai stato possibile.

Ad Antonella Cingolani, Simone Buttazzi, Margherita Errico, Giulio Maria Corbelli, Angela Infante, Paolo Lipartiti e tutti i compagni di ​Plus, Lila e NPS, per il costante supporto e incoraggiamento.

Un grazie stellare a chi ha deciso di lavorare con noi e di sostenere attivamente il nostro progetto, in primis alla NewCitology di Roma, Federica Carcone e tutti gli esploratori spaziali di Missione Tucano assieme ai quali lottiamo contro gli stupidi imbarazzi e l'ignoranza che circondano il papillomavirus; e ancora a Paola Vannutelli, Antonio Leo, alla Cooperativa Parsec, al progetto HIV Education e tutta la squadra di #BaciDaWonderland per voler sfatare in chiave coniglia tanti luoghi comuni sierofobici e promuovere la visibilità e l'orgoglio fiero-positivo.

Last but not least (nemmeno fossimo agli Oscar) la bianconigliezza è grata agli attivisti che hanno reso possibile questo risultato, che speriamo sia solo il primo di una lunga serie. Un carotoso grazie a Er Baghetta, Riccardo, Viola, Andrea, Roberta, Tony, Stefania, Francesca e Camilla. (e a tutti quelli che fanno il tifo per noi).

Daje forte, ci vediamo fuori dalle tane.
#SixLittleRabbits
​#BaciDaWonderland
]]>
<![CDATA[VOCE DEL VERBO SIEROFOBIA. L’ORRORE NON HA FINE? ]]>Wed, 01 Mar 2017 23:00:00 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/voce-del-verbo-sierofobia-lorrore-non-ha-fineDopo l’indegno polverone mediatico contro l’UNAR, tradottosi nel drammatico blocco di decine di progetti contro la discriminazione in tutta Italia, c’era evidentemente voglia di battere il click finché caldo. 

Quale migliore titolo allora di questo:
“L’omicidio di Luca Varani - L’ORRORE NON HA FINE: PRATO è SIEROPOSITIVO! - CHI PARTECIPAVA AI SUOI FESTINI DI SESSO SFRENATO È A RISCHIO”
Come si poteva resistere a una “notizia” che conteneva parole chiave come #morte #depravazione #omosessualità e #HIV?

​Evidentemente era impossibile perché, da quando un settimanale, che non merita ulteriore pubblicità, l’ha lanciata, è rimbalzata online ovunque, confermando che il giornalismo è tanto morto quanto vivo è lo stigma.
É difficile dire se il “ribrezzo” che la “notizia” ha suscitato abbia radici più omofobiche o più sierofobiche, un pò come era complesso capire se l’origine dell’indignazione contro Anddos degli scorsi giorni stava più nell’odio per la corruzione o nasceva da una sessuofobia italiota, diffusa purtroppo non solo nelle piazze del Family Day ma anche in tanti ultimi Pride. 

Quello che è certo è che l’aria da caccia alle streghe che tira in questi giorni è irrespirabile.

Sui social come al bar è stata subito gogna immediata per chi ha osato domandarsi: 
“Com’è trapelata questa notizia?”
“Ma non è l’ennesima violazione della privacy?”
“Ma dopo l’outing infame a Spano, pure l’outing seriologico a Prato?” 

Alcune voci fuori dal coro forcaiolo hanno provato a ricordare che diffondere lo stato sierologico di una persona, chiunque essa sia, è un reato; che il test dell’HIV si pratica per prassi e per legge all’ingresso di tutti i penitenziari italiani, e che il risultato di tale test è un dato sensibile che per ordinamento non dovrebbe mai uscire dal penitenziario… ma la rivista che lancia lo scoop suppone, anticipando indagini mai partite nè stimolate da denuncia alcuna, che la persona a processo per l’omocidio di Varani sia anche un “untore seriale”.

Poco conta che il diretto interessato avesse dichiarato di non essere a conoscenza del proprio stato sierologico; anche se a processo per tutt’altro resta pur sempre il “killer dei festini gay”. E quindi, per l’ennesima volta in pochi giorni, è stato di nuovo ‘bomba libera tutti’.
Senza aprire una disamina sui battibecchi online, dove sappiamo si creano puntualmente gorghi di violenza verbale degni dell’inferno dantesco, come attivista HIV mi preoccupa che si riesca a parlare con tanta leggerezza di criminalizzazione della sieropositività, e che la stampa e la pseudostampa, sia per malafede che per ormai ingiustificabile ignoranza (ancora in queste ore fantomatici giornalisti hanno usato impropriamente HIV e AIDS come fossero sinonimi) sia così restia ad aggiornarsi rispetto all’argomento.

È dimostrato come politiche e campagne di disinformazione basate sulla paura non hanno alcun effetto sul diffondersi del virus, ma anzi, aiutino semplicemente a rafforzare lo stigma sulle categorie che storicamente sono state le più esposte, e regali a chiunque altro una pericolosa e ingannevole sensazione di "incolumità".

Per chi ha interesse ad approfondire sul sito della LILA si trovano come sempre risorse preziose, in questo caso un documento [*] che riassume i motivi principali per cui l'utilizzo del diritto penale nei casi di trasmissione e esposizione all’Hiv risulta quasi sempre inefficace e ingiusto.

La trasmissione intenzionale, ossia quando si trasmette il virus con l'intento di danneggiare altri, è certo qualcosa che fa notizia, ma trattandosi di una casistica irrilevante è offensivo dell’intelligenza e lesivo della dignità delle persone sieropositive darle ogni volta un tale risalto mediatico.

L’epidemia non si fermerà con la forza o continuando a fare terrorismo mediatico, ma finanziando campagne di prevenzione sensate, che diano a tutt* gli strumenti adeguati per compiere scelte che riguardano la salute sessuale.

L’HIV ha frantumato un fronte di lotta comune e trasversale che rivendicava la libertà sessuale per tutt*, donne, gay, trans e lesbiche. Quando si continua, dopo 30 anni, ad associare la colpa e addirittura il dolo alle malattie sessuali, la voglia sfrenata di riunire quel fronte di liberazione torna a pulsare nelle vene.

Grazie di cuore “giornalisti” ignoranti, per farci girare così tanto le biglie: la strada per cambiare una volta per tutte l’immaginario della sieropositività è lunga e quel movimento eolico che generate ci dà l’energia che ci serve.
Riflessione di Luca "Er Baghetta" dei Conigli Bianchi
]]>
<![CDATA[solidarietà coniglia a anddos]]>Mon, 20 Feb 2017 23:00:00 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/solidarieta-coniglia-a-anddos
Domenica sera la trasmissione che ha il “merito” di aver lanciato la carriera di Fabio Volo, rispetto a una supposta irregolarità compiuta da Unar ha mandato in onda un servizio di una violenza squadrista.


Un evento televisivo di scarso rilievo, se non fosse che l'opinione pubblica italiana è ancora così pesantemente condizionata dal piccolo schermo.


Come associazione che lotta ogni giorno contro l’ignoranza che circonda la sieropositività, non ricordiamo un solo nostro incontro pubblico nel quale non ci siano state chieste delucidazioni in merito agli opinabili servizi che il programma Le Iene ha confezionato negli anni sul tema HIV, servizi sempre puntualmente intrisi di sierofobia e inesattezze lesive della dignità di chi con l'HIV e il suo stigma sociale ci vive ogni giorno, ma purtroppo sempre più noti del dovuto.


Dopo Toffa e i tanti servizi transfobici con i quali il programma ha inseguito gli ascolti, anche la iena Filippo Roma fa la sua parte per alimentare i sentimenti sessuofobi e omofobi che animano il paese.

Come Conigli Bianchi esprimiamo piena solidarietà a Francesco Spano e all’associazione Anddos.

Qui il loro comunicato:


Esprimiamo la più profonda indignazione per la vicenda che ha coinvolto Francesco Spano, direttore dell’UNAR, costretto alle dimissioni dopo il servizio andato in onda domenica 19 febbraio a “Le Iene”.


Il messaggio che è stato fatto artificiosamente passare è la sua presunta omosessualità, in palese violazione della privacy. Contestualmente è stato accusato di aver favorito un’associazione nell’attribuzione di fondi pubblici per presunti interessi personali basati solo su una presunta tessera. Nella realtà, Anddos, l’associazione in questione, è stata ritenuta idonea al finanziamento a fronte di un bando con regole e procedure precise e di un progetto presentato in partenariato con “La Sapienza” Università di Roma. A seguito di una indagine interna, riteniamo di avere sufficienti elementi per affermare quale associazione si sia resa responsabile di una tale macchinazione.


E’ importante ricordare che l’UNAR non finanzia associazioni ma progetti, che abbiano una valenza sociale contro le discriminazioni, e che non esiste passaggio di denaro da Anddos alle proprie affiliate e viceversa.


I soldi dei cittadini, quindi, non saranno usati per finanziare le attività dei circoli affiliati Anddos, che hanno piena autonomia giuridica.


Il progetto che Anddos ha presentato all’UNAR è finalizzato a sostenere e potenziare i Centri ascolto e antiviolenza Anddos (CAA), che forniscono assistenza psicologica, medica e legale gratuita a chi è vittima di discriminazioni o necessita di ascolto e informazioni sui temi della sessualità e della salute. Il progetto, realizzato in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma e con l’associazione Wequal, annovera, tra le varie azioni, la formazione di operatori e operatrici di prima accoglienza per le diverse sedi CAA in tutto il territorio nazionale e un programma innovativo di auto-mutuo aiuto.


Anddos, Associazione nazionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale, è una realtà che annovera al proprio interno una pluralità di soggetti, dai circoli ricreativi, come pub, saune e discoteche, a quelli culturali, e promuove servizi essenziali come le informazioni sulle IST e la distribuzione di oltre un milione di preservativi l’anno, sostenendo anche strumenti quali il portale One Question, che si avvale della collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità.


L’associazione rivendica con orgoglio l’attività dei propri circoli ricreativi, che ha permesso a intere generazioni di persone, omosessuali e non solo, di poter iniziare a vivere in serenità la propria identità,  sperimentando anche la dimensione della sessualità in luoghi sicuri, al riparo da occhi giudicanti e dai rischi del web.


Abbiamo, altresì, da sempre contrastato ogni forma di prostituzione nei nostri circoli, come prova il nostro statuto, le circolari inviate ai circoli e i provvedimenti di espulsione di chi è stato sorpreso in questi eventi.


E’ grave che per il proprio orientamento sessuale una persona possa essere messa in discussione nella propria rettitudine e nella propria professionalità di dirigente della pubblica amministrazione, pur avendo svolto la propria mansione di lotta alle discriminazioni con serietà e imparzialità. L’unica accusa si restringe al fatto di aver inserito l’omofobia e le altre criticità legate alle persone Lgbti tra le priorità del proprio ufficio.
]]>
<![CDATA[le 10 carotone del 2016 - parte 1]]>Tue, 07 Feb 2017 09:38:56 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/le-10-carotone-del-2016-parte-1Il 2016 per i Conigli Bianchi è stato una vera iniezione di carotene!
Avevamo un seme, ma per trarne frutto serviva un vero albero..
E così lo abbiamo piantato, anzi costruito con le nostre zampe e l’impagabile aiuto della bottega artigiana Timios di Vada, che ha sostenuto la causa mettendo a disposizione un'intera falegnameria e la sua rinomata capacità di trasformare le idee più strambe in lignea realtà

Come ad esempio un espositore a libro alto 2 metri e 20 in grado di farti sentire Paola Barale per cinque minuti! 
Ecco gli scatti rubati di una costruzione al cardiopalma... 
Hastag: #cosanonsifapersconfiggerelasierofobia #zampadiconiglio
]]>
<![CDATA[If you don't love yourself, how in the hell you gonna love somebody else?]]>Thu, 20 Oct 2016 09:47:12 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/if-you-dont-love-yourself-how-in-the-hell-you-gonna-love-somebody-else
Dopo le tante lacrime di commozione sieropositiva versate dalle regine di RuPaul’s Drag Race, Panti Bliss fa volare ancora più in alto la visibilità hiv-orgogliosa.

Vivere con Hiv è ancora vissuto come una macchia da coprire in più o meno tutti i paesi del mondo. Lo show di RuPaul ha più volte disintegrato questo tabù, e i coming out sierologici delle sue drag queens sono entrati nella storia della televisione americana. Certo, l’alone di tragedia e lo shock generale che accompagnano questi momenti di fierezza dimostrano quanto la strada per sconfiggere lo stigma sia ancora lunga.

Così lunga che la drag e attivista Panti Bliss, che a rinunciare ai tacchi non ci pensa nemmeno, ha deciso di percorrerla in areo, in un video che lancia una campagna rivolta direttamente alla comunità sieropositiva.

Panti prova così che, togliendo il cilicio e altri strumenti di autofustigazione, dell’argomento si può riderne, eccome!

La campagna invita le persone che vivono con Hiv a prendersi cura della propria salute in maniera consapevole ed evitando la completa delega al sistema sanitario, e il sito della campagna offre numerosi strumenti sul fronte della salute fisica, economica e mentale.
myhivmyrules.co.uk

In fondo, come dice la Regina delle Regine: “If you don't love yourself, how in the hell you gonna love somebody else?” 
Can I get an amen up in here?
]]>