<![CDATA[CONIGLIBIANCHI.IT - Blog]]>Sat, 11 May 2024 09:29:54 +0200Weebly<![CDATA[CALL TO ACTION - FLYERS FOR FALASTIN]]>Fri, 26 Jan 2024 17:35:05 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/call-to-action-flyers-for-falastinFLYERS FOR FALASTIN è un progetto nato in Belgio per diffondere attraverso l'arte solidarietà e consapevolezza sull'occupazione e il genocidio in corso in Palestina.

Centinaia di artist3 hanno creato potenti illustrazioni a sostegno della causa palestinese scaricabili liberamente al linktr.ee/flyersforfalastin

L'appello lanciato dalla pagina Instagram del progetto @Flyers_for_Falastin, "WE WANT TO SEE OUR POSTERS IN YOUR WINDOWS!" sta diventando realtà anche grazie ai numerosi pick-up point autorganizzati in tantissime città, dove è possibile ritirare i poster in vario formato, adesivi a sostegno della causa e perfino pagine da colorare.
Il primo punto di raccolta in Italia è stato organizzato dallo Spazio Catai di Padova, Ponte San Leonardo 1, ma ogni realtà che organizza un nuovo punto di distribuzione stampe viene segnalata di volta in volta sulla pagina del progetto, @FLYERS_FOR_FALASTIN

CALL TO ACTION PER ILLUSTRATOR3

Se sei unə illustratorə che supporta la Palestina il loro appello è anche per te!

Il progetto sta raccogliendo infatti contributi artistisci di solidarietà e rabbia in supporto alla Palestina da ogni parte del mondo e con l'idea che l'arte contro il genocidio debba campeggiare su ogni muro, in ogni finestra e in ogni manifestazione.

Per partecipare basta inviare a WATERMELONRECIPES@GMAIL.COM un'illustrazione in formato A4, in PNG o meglio in PDF, che contenga un chiaro messaggio di supporto alla Palestina, @Flyers_For_Falastin e la propria firma o @Username.
Sulle pagine del progetto centinaia di illustrazioni scaricabili in PDF da stampa:
https://linktr.ee/flyersforfalastin
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<![CDATA[lettera a francesca michielin]]>Thu, 07 Dec 2023 17:23:02 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/lettera-a-francesca-michielinCiao Francesca,
siamo i Conigli Bianchi, un collettivo di persone “sierocoinvolte”, alcune di noi cioè vivono con HIV e altre semplicemente hanno deciso di fare attivismo e produrre arte sul tema. Siamo molto felici per la consueta visibilità data alla Giornata Mondiale della lotta all’AIDS, e proprio in virtù del ricorrente impegno di X-Factor crediamo sia importante usare i termini giusti. Conducendo la finale tra poche ore immaginiamo non sarai in grado di leggerci ora, ma sarebbe bello e importante ricevere un feedback tuo o della produzione nei prossimi giorni.
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Durante il tuo discorso in occasione del Primo Dicembre, la Giornata Mondiale della all’AIDS, hai ricordato l’importanza di diffondere una cultura della prevenzione, per poter vivere una sessualità consapevole, safer e libera. Ma anche l’importanza di combattere lo stigma e sostenere chi porta l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Per questo non possiamo che provare gratitudine sincera, visto che l’Italia resta il fanalino di coda dell’Europa su questo. Ti segnaliamo però un errore.

Quando hai invitato a: “...supportare chi vive tutti i giorni con AIDS” sarebbe stato, invece, più corretto dire: “...supportare chi vive tutti i giorni con HIV”. 

Può sembrare stupida come osservazione, ma in realtà sono più di 40 anni che si fa una grande confusione proprio su questo punto. La maggior parte delle persone ancora nel 2023 ignora che l’HIV è il virus (e che con questo grazie alle terapie si può convivere senza mai ammalarsi o trasmettere l’infezione) e l’AIDS è la malattia (che se non curata resta ancora mortale).

È importante non utilizzare i termini HIV e AIDS come sinonimi soprattutto per chi, come molte di noi, ha scoperto di convivere con il virus. Perché lo stigma e la paura nei nostri confronti (nonostante i nostri corpi spezzino la catena delle infezioni e il rischio di trasmissione sia ZERO) ci colpiscono più duramente di qualunque cosa. Proprio per l’ignoranza che circonda l’argomento.

Per noi, che viviamo con HIV, assumere correttamente le terapie significa proprio non sviluppare mai l’AIDS. non significa essere malati o malate, ma vivere una vita in salute, conquistare un’aspettativa di vita pari a quella di chiunque altro, e se lo si desidera avere figlie e figli sieronegativi. Significa normalizzare le conversazioni attorno all’HIV parlandone come la condizione cronica che è, oltre i pietismi e i giudizi morali degli ultimi 40 anni. 

Forse parlarne in questi termini aiuterebbe anche a togliere tutta quell’ansia dalla pratica del Test. Perché se l’HIV non è più la condanna a morte che è stata, se l’HIV non è sinonimo di AIDS, allora l’importante diventa semplicemente conoscere il proprio stato sierologico. Un modo come altri per prenderci cura della propria salute e dei nostri e delle nostre partner.

Perché alla fine siamo tutti e tutte siero-qualcosa. Basta saperlo.


Sul palco dei tuoi concerti hai sostenuto la recente campagna #ImpossibileSbagliare proprio su U=U, abbiamo notato la tua attenzione al tema, ma purtroppo non tutte le persone che ti hanno ascoltato in diretta sono altrettanto informate.

È per questo che speriamo in una tua piccola rettifica, perché rispetto al muro del silenzio che avvolge questo tema, sappiamo che potere avrebbero le tue parole. Davvero non è un attacco personale, più una richiesta di solidarietà, per fare un passo avanti rispetto alla lotta alla sierofobia e al linguaggio che utilizziamo. 



​Daje forte Francè, e grazie in anticipo, a nome delle tante persone che vivono con HIV in Italia

Conigli Bianchi

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Illustrazione di Federico Fabbri per la campagna bianconiglia "Fuori dalla tana dei luoghi comuni"
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<![CDATA[LA RIVOLUZIONE SESSUALE RIPARTE DALL’HIV]]>Thu, 07 Dec 2023 16:34:31 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/la-rivoluzione-sessuale-riparte-dallhivAbbiamo scritto un libro! Lo abbiamo fatto collettivamente, perché volevamo rompere il muro del silenzio e dello stigma dell’HIV unendo più voci: SIEROCOINVOLTƏ - LA RIVOLUZIONE SESSUALE RIPARTE DALL’HIV (Eris Edizioni).

Un racconto che accoglie una coralità di visioni, molte delle quali sono passate sotto silenzio per anni. Un modo per ripercorrere il passato, fotografare il presente e pensare un futuro sierocoinvolto.
Sono passati oltre 40 anni dall’isolamento del virus dell’HIV, ma sul tema ancora oggi la confusione è tanta. Qual è la differenza tra HIV e AIDS? Cosa è la carica virale? Cosa vuol dire sierocoinvolgimento? C’è bisogno di parlare di prevenzione, di trovare le parole giuste e combattere stigma e sierofobia, ma anche di normalizzare le conversazioni attorno al sesso e al safer sex, rivendicando anche un linguaggio fieramente “cazzone”.

Concentrato sulla situazione italiana, fatta di assenze istituzionali che hanno reso fondamentale l'attivismo e il lavoro delle associazioni, questo testo vuole raccontare il potere sovversivo della visibilità, cos’è la PrEP, dove e come fare i test, la centralità delle reti sociali e delle relazioni e molto altro, perché HIV non è solo “scienza" ma è anche e soprattutto comunità.

Per cambiare il paradigma c'è bisogno di tuttə, perché siamo tuttə sierocoinvoltə.
Stiamo preparando un tour di presentazioni speciali, fatte di reading, workshow, talk e confronti, che mantenga lo spirito collettivo che anima il libro, e che arrivi anche in quegli spazi indipendenti che sono costretti a grandi sforzi per ospitare eventi.

Chi ha scritto e disegnato vive in città differenti e lontane, e ci piacerebbe che l’incontro avvenuto nel freddo delle proprie camerette si concretizzasse nel calore delle diverse presentazioni in presenza che stiamo già programmando e di quelle che verranno.

Vuoi essere anche tu diffusorǝ di questa rivoluzione sessuale che riparte dall’HIV?
Sostieni la campagna Gofundme SIEROCOINVOLTƏ in Tour!
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<![CDATA[SEX EDUCOSA?]]>Mon, 25 Sep 2023 18:17:26 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/sex-educosaPer annunciare il finale di stagione di una serie, sta circolando in rete uno spot che veste un obelisco di Buenos Aires con un condom rosa gigante tramite un effetto CGI. 

Un tributo alla protesta più famosa di 40 anni di attivismo HIV? 
Macchè.

In nessuna comunicazione ufficiale si rimanda alla celebre azione del 1° Dicembre 1993 in cui il gruppo di disobbedienza civile ACT UP Paris rivestì l’obelisco di Place de la Concorde a Parigi con un gigantesco preservativo rosa. (Uno vero eh, non al computer)
Qualunque commento fa ovviamente il gioco della piattaforma e aumenta la visibilità dello spot. 

Eppure, ci chiediamo: davvero non è un problema che ci si riappropri di simboli di lotta così potenti? Che li si svuoti di significato in cambio di sottoscrizioni e abbonamenti? Non è offensivo nei confronti delle milioni di persone morte di AIDS e altre migliaia di persone che all’educazione sessuale e alla lotta allo stigma dell’HIV hanno dedicato e stanno dedicando la vita? Non è fuoriluogo l’entusiasmo di tant3 content creator che lo diffondono acriticamente?

Come possiamo pretendere di capire dove andare se prima non ci chiediamo da dove veniamo? In questo caso, noi siamo sicur3 che avere coscienza di come la peer education nasca proprio dalla crisi dell’HIV possa fare la differenza. Per rispetto della Nostra storia, segue una piccola ricostruzione dell’azione di ACT UP Paris e del condom gigante sull’obelisco.

NB: non è un tentativo di aumentare polemiche online - che favoriscono solo il pesce grosso di turno - né di correre on trend verso il posizionamento più radicale - ogni tentativo di qualificarsi come “più anticapitalista di chicchessia” su IG apparirebbe giustamente grottesco. Vogliamo solo ricordare un momento importante della storia del movimento queer, HIV e per la salute sessuale. 
La forza dell’attivismo HIV dei ‘90 viene spesso romanticizzata. Ma ancor più frequentemente viene minimizzata. Si dice: “Non possiamo paragonarci all’intensità di quegli anni, alla rabbia di chi vedeva morire amici e amanti attorno a sé, all’urgenza di chi lotta per la propria vita.”

Vero. Ma anche uno sguardo parziale e bianco, visto che ancora oggi a 12 milioni di persone al mondo è negato l’accesso ai farmaci salvavita e non è che i motivi per mobilitarsi manchino. L'eredità da preservare di quei movimenti (quella che lo spot invisibilizza allegramente), non sono i grandi numeri e le mobilitazioni oceaniche, ma piuttosto l’innovazione delle pratiche e proprio la gestione della comunicazione.
Mettere a fuoco un problema; studiare e immaginare soluzioni praticabili; individuare gli attori politici in grado di agire il cambio che si ritiene necessario; creare azioni eclatanti in grado di emozionare e dar messaggi chiari; sovvertire i rapporti di forza con i propri “avversari” esponendo dati inoppugnabili circa le loro responsabilità; rifiutarsi di farsi raccontare dai media ma definire i termini della notizia diventando noi stess3 media; scongiurare il collasso del movimento sotto burocrazia iper-democratiche preservando autonomia dei collettivi e strutture organizzative leggere; mettere letteralmente la creatività al potere; guardare alla rabbia e al conflitto come elemento positivi, centrali e propulsivi della lotta; da qualunque parte la si rilegga la storia del movimento HIV, in questo caso dei collettivi di ACT UP, offre una infinità di spunti per chi oggi fa attivismo e comunicazione. 

L’utilizzo del preservativo è stato stigmatizzato dalla chiesa, dalla politica e dal comune sentire per decenni. Utilizzarlo era un peccato, la conferma di essere deviat3, promiscu3. Il fatto che (in alcune parti del mondo) si sia oggi attestato come simbolo della salute non è un fatto neutro. È il risultato di un conflitto che per quanto si voglia pacificare e infiocchettare è ancora in atto.

La cultura che trovava il suo utilizzo deplorabile è ancora viva, e oggi, per dirne una, criminalizza lo strumento della PrEP (spesso anche dentro i movimenti). Che una piattaforma che fattura di decine di miliardi di dollari l’anno ri-significhi un simbolo del genere a suo uso e consumo è mai applaudibile come una vittoria della rivoluzione queer?

Maybe not.
Peut-être que non.
Anche no.
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<![CDATA[POSSO DIRTI UNA COSA?]]>Tue, 29 Nov 2022 16:07:59 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/posso-dirti-una-cosa
Storia breve e autobiografica di Luca Er Baghetta.
Comparsa per la prima volta nella raccolta americana "Anal About My Health" per MPact Global.

Nel volume anche una seconda storia del bianconiglissimo Eugenio Nittolo: qui al link l'originale. 
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<![CDATA[Stati Genderali: L'intervento del tavolo hiv al palermo pride]]>Mon, 18 Jul 2022 21:37:39 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/stati-genderali-lintervento-del-tavolo-hiv-al-palermo-prideAll’interno degli Stati Genderali del movimento LGBTQIA+ associazioni, collettivi e singole persone riportano l’attenzione sull’HIV. 

La trascrizione degli interventi di Porcahontas (Conigli Bianchi) e di Vitto (Laboratorio Smaschieramenti) al Palermo Pride.

Porcahontas - Conigli bianchi

"Siamo qui oggi per rifiutare con forza la fobia dell’HIV che da 40 anni espone i nostri corpi e le nostre comunità allo stigma e a nuove continue infezioni.  

In Italia questo tema è stato troppo poco nominato, sia dai movimento che dalle istituzioni. Prima di noi non c’era neanche una parola per descriverlo questo stigma. E’ per questo che siamo nate: per prendere parola sulle decisioni che vengono (e più spesso NON VENGONO) prese sui nostri corpi, per liberarci da uno stigma che non ha mai avuto senso di esistere, ancor meno oggi! Per dare un nome alle cose. Il nome che abbiamo trovato è SIEROFOBIA. E ci riguarda tuttə, tutte e tutti.

Per troppi anni le tante di noi che vivono con HIV non hanno trovato uno spazio sicuro all’interno delle nostre assemblee e dei nostri Pride. Nemmeno la nostra comunità è stata immune all’ignoranza e ai pregiudizi sull’HIV! Dopo più di 40 anni di epidemia, dobbiamo invertire la rotta.
SIAMO TUTTƏ SIEROCOINVOLTƏ!
Questo non può essere solo uno slogan, ma dobbiamo impegnarci affinché questo grido diventi una pratica politica quotidiana. Trasformiamo la nostra comunità in uno spazio sempre più accogliente e sieroconsapevole.

Chi vive con HIV e assume la terapia NON trasmette il virus.
U EQUALS U, UNDETECTABLE UGUALE UNTRASMITTABLE
, non rilevabile significa non trasmissibile. Su questo la comunità scientifica non ha più dubbi da anni. È inaccettabile che ancora molt
ə di noi invece dubbi ne abbiano, e che paure irrazionali marginalizzino le persone che vivono con HIV.
La paura non ha come unico risultato lo stigma, ma diventa la paura di farsi il test, l’affidarsi alla scaramanzia rispetto alle infezioni sessualmente trasmissibili, il deresponsalizzarsi dicendosi: “preferisco non sapere”.
Prendersi cura significa prendersi cura della propria salute, ma anche della salute dellə altrə, dellə nostrə partner sessuali, del nostro collettivo livello di consapevolezza e della nostra capacità di far valere tutti i diritti sulla salute sessuale.

Polonia, Bulgaria, Romania, Lituania, Cipro e Italia.
Questi gli unici sei paesi d’Europa a non avere l’Educazione sessuale e all’affettività nelle scuole. A negare un diritto universale. Questa cosa, da sola, dovrebbe farci mobilitare con ferocia.

Stiamo lasciando solə milioni di giovani, privi di un’educazione al consenso e alla prevenzione, espostə a infezioni che neanche conoscono e ai pregiudizi sulla sessualità che creano così tanta sofferenza e comportamenti dercxzzo.
La situazione non cambierà mai finché come movimento non apriremo un dialogo - anche conflittuale - con chi ha il potere, e il dovere, di cambiare le cose. Non assumerci questa battaglia significherebbe lasciare un’ennesima generazione priva di strumenti di consapevolezza.

Rifiutiamo le discriminazioni sulla base dello stato sierologico, e ringraziamo chi, con il proprio corpo, sta contribuendo a spezzare la catena dei contagi, grazie alla TASP (Therapy as a prevention) ed alla PrEP. L’unico untore oggi è chi permette che l’ignoranza regni ancora sovrana."
"La crisi dell’AIDS ha interrotto una rivoluzione sessuale che aveva appena iniziato a cambiare il mondo: ripartiamo da lì, spogliatə di pregiudizi e armatə di conoscenza fieropositiva."

VITTO - LABORATORIO SMASCHIERAMENTI

"Con gli Stati Genderali vogliamo aprire un nuovo spazio politico che metta al centro una piattaforma intersezionale di rivendicazioni, che sia fondato sulla cura ed esprima un nuovo modo di fare movimento per la comunità lgbtqia+.

Abbiamo bisogno di un nuovo modo di rapportarci all’istituzione ed alla politica istituzionale che metta insieme rappresentanza e conflittualità a partire dall’autonomia politica della nostra comunità.

La legge 135/90 in materia di AIDS è ormai obsoleta ed inadeguata e pensiamo che vada adeguata al progresso scientifico e sociale di questi trent’anni. La proposta di riforma in commissione affari sociali è stata portata (dall’On. D’attis di Forza Italia) ancora una volta senza coinvolgere la comunità.
E’ stato solo grazie al difficile lavoro delle associazioni che storicamente si occupano di HIV che molte proposte emendative sono state inserite nel testo base, in armonia con il PNAIDS.
E tuttavia anche in casi come questo in cui il lavoro di interfaccia con la politica istituzionale, con grande fatica, sembra portare ad un ascolto, resta che il testo non è ancora non incardinato in aula e non sappiamo se lo sarà mai (sicuramente non per fine legislatura).
Soprattutto, la pdl al momento non prevede variazione di fondi per la sua attuazione rispetto a quanto previsto per la 135/90. I fondi per la formazione (non solo degli operatori sanitari) e per l’accesso agli strumenti di cura e prevenzione sulle IST sono insufficienti e mal direzionati.

Tutto ciò ci dice che una politica di movimento fondata sulla sola rappresentanza non è sufficiente ad evitare che un politico di turno si faccia carico strumentalmente di nostre rivendicazioni, col rischio di giochi politici sui nostri corpi, che si sono avuti con il ddl Zan stesso.

Ecco perché occorre che le nostre rivendicazioni attraversino tutte le piazze e le mobilitazioni, a partire dai Pride! Dobbiamo essere noi a prendere parola per noi stessə e dare voce alle nostre rivendicazioni: AUTONOMIA FROCIA!
  • Vogliamo l’accesso libero, sicuro e gratuito a tutti gli strumenti di autodeterminazione e cura individuale e collettiva della propria salute sessuale, anche per lə minorə! In Italia il test HIV per lu minoru è ancora condizionato dal consenso dellu genitoru. E’ inaccettabile!
  •  Vogliamo centri per lo screening e il trattamento delle IST accessibili, diffusi sul territorio da Nord a Sud, in ogni città, che abbiano un approccio alla salute sessuale non giudicante e non fondato su un’idea normativa della sessualità!  Le strutture sanitarie su base regionale non sono in grado di garantire in modo omogeneo questi servizi che riteniamo essenziali per il benessere e la salute psicofisica della persona e in particolare delle soggettività lgbtqia+
  • Vogliamo la rimborsabilità della PrEP da parte del SSN (Sistema Sanitario Nazionale), uno strumento di autodeterminazione e cura individuale e collettiva che deve essere accessibile a tuttu come nel resto d’Europa, soprattutto a quelle soggettività che pur avendone più bisogno, vi hanno meno accesso come le persone trans e sex worker!
  • Vogliamo campagne pubbliche su U=U ed educazione nelle scuole sul sierocoinvolgimento nell’ambito dell’educazione alla sessualità e all’affettività!
  • Vogliamo strumenti efficaci per combattere le discriminazioni sul lavoro delle persone che vivono con HIV!
Abbiamo bisogno di darci gli spazi per esprimere i nostri bisogni e vivere i nostri desideri!

E’ per questo che con Stati Genderali immaginiamo una politica nuova, desiderante che abbatta ogni forma di stigma e sappia costruire pratiche di cura a partire dai nostri infiniti modi di godere!"

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<![CDATA[41anni di stigma possono bastare]]>Sun, 03 Jul 2022 07:08:38 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/july-03rd-20223 luglio 2022, al centro di Venezia compaiono 41 manifesti illustrati: “REVOLUTION WASN’T TELEVISED. BUT HAPPENED” - “SIAMO TUTTƏ SIEROCOINVOLTƏ” - “40 ANNI DI SIEROFOBIA POSSONO BASTARE” - “FIEROPOSITIVƏ E SIEROCONSAPEVOLI” 

Su ciascuno un messaggio ricorrente: #UEQUALSU

A che rivoluzione affaccia quel # ? 
Per scoprirlo bastano curiosità, accesso a internet e pochi secondi, tre cose che evidentemente mancano alla stampa italiana, che da decenni si ostina su HIV a fare solo sensazionalismo e disinformazione.
Proprio il 3 luglio del 1981 il New York Times annunciò l’esistenza dell’AIDS al mondo, descrivendolo come il “cancro gay”. Fu evidente da subito che il virus riguardava tuttə, eppure non sono bastati 41 anni per rompere quella correlazione nefasta.

Per questo sui muri della città sono comparsi nella notte proprio 41 poster di artivismo contro la sierofobia. Perché le informazioni per circolare hanno bisogno d’aria, di riverberare nello spazio pubblico e produrre conoscenza condivisa, collettiva. 
“Il silenzio è morte, la conoscenza è potere”- così gridano da 41 anni lə attivistə di ACT UP (Aids Coalition To Unleash Power).
Rifiutiamo di rimanere indifferenti di fronte a 41 anni di stigma, rifiutiamo la falsa morale che vorrebbe dividerci tra santə e puttanə, rifiutiamo l’invisibilità che espone le nostre comunità a nuove infezioni e discriminazioni.

U EQUALS U, i corpi delle donne, degli uomini e delle sirene undetectable spezzano la catena dei contagi. Spezziamo il tabù. Assieme. Nella cura reciproca e transfemminista.

SIAMO TUTTE SIEROCOINVOLTE! NON UNA CONIGLIA BIANCA DI MENO.

NUDM Venezia e Conigli Bianchi

*** A tutte le donne HIV positive che subiscono il doppio stigma del giudizio; a quelle che grazie alle terapie non trasmettono l’infezione a partner e figli ma pagano comunque il prezzo di una società ignorante; a tutte quelle a cui è negato l’accesso agli strumenti di prevenzione e la possibilità di prendersi cura della propria salute.
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<![CDATA[INVITO ALL'AZIONE #EYESONPHARMAGREED]]>Mon, 12 Jul 2021 10:35:20 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/invito-allazione-eyesonpharmagreed
Dopo aver condannato per decenni milioni di persone nel mondo a sviluppare l’AIDS pur di non sollevare le patenti dei farmaci antiretrovirali, Big Pharma ancora una volta sta dando priorità ai profitti invece che alle vite umane. Questa volta lo fa rifiutando di condividere la tecnologia e i brevetti dei vaccini del Covid con i paesi che, ai prezzi attuali, non possono permettersi di pagarli.

La People's Vaccine Alliance  ha lavorato instancabilmente per far luce sulla disuguaglianza che caratterizza l’attuale accesso ai vaccini, un vero e proprio apartheid vaccinale, ma l'industria farmaceutica sta reagendo duramente, dedicando ingenti risorse per neutralizzare gli sforzi comunicativi delle associazioni e della società civile, diffondendo disinformazione nei media mainstream, spostando il dibattito sulla logistica, mentendo sugli ingenti finanziamenti pubblici ricevuti, minimizzando gli effetti che i ritardi nelle vaccinazioni hanno sulla nascita di nuove varianti.


È il momento di far sapere a queste aziende che il loro piano non funzionerà, di metterci la faccia, anzi gli occhi, e riempire i nostri feed, muri, e piattaforme social della nostra indignazione. Oggi, e per tutta la settimana, partecipare all’azione #EyesOnPharmaGreed è molto semplice:

noi Conigli Bianchi, assieme alla People's Vaccine Alliance, ti chiediamo di pubblicare un selfie, una foto con un primo piano dei tuoi occhi, su Twitter, Facebook, Instagram o LinkedIn utilizzando l'hashtag #EyesOnPharmaGreed, (*occhi puntati sull’ingordigia delle case farmaceutiche) a simboleggiare l’importanza di tenere gli occhi aperti sull'avidità farmaceutica, incoraggiando altr* a fare lo stesso, riportando l'attenzione e il dibattito pubblico sul fronte più cruciale della battaglia contro la pandemia, e proprio in occasione della visita di Angela Merkel negli Stati Uniti il 15 luglio.
Se vuoi puoi includere nel tuo tweet i motivi personali per cui ritieni importante che questa incontrollata avidità debba finire.

Qui un esempio di tweet che puoi adattare, o copiare e incollare e utilizzare così com'è:
Ho miei occhi sulla vostra avidità, #EyesOnPharmaGreed, e chiedo la fine del  #VaccineApartheid  @Pfizer @BioNTech_Group @Moderna @AstraZeneca @JNJNews condividete la tecnologia e i know-how per garantire che tuttə, ovunque, siano al sicuro dal #COVID19. #PeoplesVaccine #NoProfitOnPandemic


La coalizione #PeoplesVaccine sta anche cercando con urgentemente storie di persone che sono state (o che hanno persone care che sono state) colpite dall'avidità  delle case farmaceutiche. Queste storie non hanno bisogno di essere legate al COVID, ma possono essere altrettanto emblematiche se testimonieranno in prima persona come si è lottato per accedere, o permettersi, farmaci per il diabete, l'HIV, il cancro, l’epatite, terapie ormonali, ecc. ecc. Se tu, o qualcuno che conosci, fosse dispost* a condividere la propria storia (in un tweet, in un breve paragrafo con una foto, in un breve video o in una qualunque altra forma) può inviarlo via email a take.action@peoplesvaccine.org 

Grazie mille per supportare questa azione, insieme possiamo fare la differenza!

Conigli Bianchi con #PeoplesVaccine
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illustrazione de il Pistrice per Conigli Bianchi
PS: Se sei un* cittadin* dell’Unione Europea e non lo hai già fatto, è ancora aperta la raccolta firme dell’iniziativa dei cittadini europei #NoProfitOnPandemic per chiedere che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutt*.
Abbiamo ancora poco tempo per raccogliere un milione di firme. Si può firmare, far firmare e trovare tutte le informazioni su: noprofitonpandemic.eu/it/
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Coniglio furioso di Gionatella
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<![CDATA[40 ANNI CON HIV - IN PIAZZA CON PLUS ROMA]]>Fri, 02 Jul 2021 13:02:35 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/40-anni-con-hiv-in-piazza-con-plus-roma3027538Foto

Sabato 3 Luglio Plus Roma annuncia un flashmob per il 40° anniversario dell’HIV. La nostra  leprotta bisestile ha raggiunto la counselor Angela Infante e l’attivista Filippo Leserri, che hanno ideato e organizzato con Plus Roma l’iniziativa.

Grazie di aver accettato l’invito per questo tè all’orgoglio e zenzero. Come mai proprio questa data e quale messaggio portate in piazza?

Filippo:  Il 3 Luglio 1981 il New York Times pubblicò quel primo articolo dal titolo “Scoperto raro caso di cancro in 41 omosessuali”. Allora ovviamente non si parlava né di AIDS né di HIV, termini coniati rispettivamente nell’82 e nell’86, ma si parlava già di maschi gay. Un’associazione che è rimasta impressa nell’immaginario generale fino a oggi. Celebrare questa ricorrenza 40 anni dopo riporta l’attenzione su una delle epidemie più lunghe della storia, e su un virus che resta ancora attivissimo. 

Grazie alle terapie abbiamo reso gestibile l’infezione e conquistato lunghe prospettive di vita per chi vive con HIV, ma non è stato facile, e, sopratutto, non tutti viviamo in paesi in cui l’accesso a queste terapie è garantito. Con quest’azione ricordiamo che sono morte 38 milioni di persone, ma anche che di AIDS ancora si muore. Si muore perché si nasce nella nazione sbagliata, oppure perché ci si rifiuta di assumere le terapie o si scopre troppo tardi di averne bisogno. 

Torniamo in piazza inoltre per ricordare che noi persone sieropositive esistiamo, e abbiamo diritto alla salute come chiunque. Lo abbiamo acquisito grazie ad anni di lotte e denunciamo quanto negli ultimi anni la tutela di questo diritto si sia preoccupantemente ammorbidita. La pandemia da Covid19 dovrebbe averci ricordato quanto sia importante custodirlo attivamente e non darlo per scontato.
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Ricostruzione grafica di David Belliconi
Angela: Condivido ciò che ha detto Filippo, penso però al 3 luglio come a una vera e propria “commemorazione”. Volevo ricordare tutte quelle persone che dal 1981 sono cadute vittime dell’AIDS, ma anche di stigma e pregiudizio. Queste persone che abbiamo perso appartenevano a una comunità che si stava ancora definendo: abbiamo perso amici, amanti, compagni, ballerini, coreografi, musicisti, scrittori, personalità di ogni tipo e persone comuni. Un’intera generazione. E nella mia mente era proprio quella che sarebbe riuscita a fare la differenza, a cambiare il mondo. Mi chiedo spesso, ad esempio, se il movimento senza questa epidemia sarebbe andato in un’altra direzione, se non avremmo intrapreso strade illuminate da più cultura, più lettura, più arte, più conoscenza, più consapevolezza. È per questo che ho pensato che rendere onore al 3 luglio fosse doveroso. Nel 2021 non potevamo accontentarci di accendere i riflettori solo il 1°dicembre.

Sarebbe bello se da questo momento in poi si continuasse a celebrare questa data. Il 3 luglio di 40 anni fa alcuni giornalisti suggerivano che un raro cancro potesse essere in qualche modo “gay” sottintendendo che una patologia potesse riguardare un orientamento piuttosto che un altro. È importante rifletterci, ci dice da dove siamo partiti e quanta strada abbiamo percorso.

Aggiungo poi che “commemorare” non deve essere per forza un gesto triste. Un gesto politico forse, come tutto quello che facciamo d’altronde, ma per me sarà principalmente un gesto vitale. Vorrei ricordare la bellezza di queste persone che hanno fatto parte della nostra vita. Tengo anche nel cassetto da tanto l’idea di uno spettacolo e un progetto artistico che prova a immaginare come sarebbe cambiata la mia vita se quella "certa persona" fosse ancora con me oggi… ma meglio passare a un’altra domanda, che sennò mi commuovo.
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Angela Infante - 1° pennarello acrilico su carta di rivista
Ti ringrazio e te la servo subito Angela. Era mai stato festeggiato il 3 luglio in Italia?

Angela: Non mi risulta. Qualcosa sui 30 anni dell’HIV forse. I decennali dell’HIV sono sentiti più che altro negli Stati Uniti, ma io questa idea negli scorsi mesi l’ho disseminata comunque. Forse il Milano Check Point continuerà a svilupparla anche dopo l’estate come anniversario importante per la comunità, e Plus Roma l’ha accolta subito con entusiasmo. Ne sono onorata, e Giulio Maria Corbelli, Fabio Bo, Filippo e tutto il gruppo sono stati molto ospitali.

Filippo: Avevamo anche alle spalle l’azione del 1°Dicembre 2020, #HIVISIBLE-together, molto partecipata nonostante pioggia e restrizioni Covid, e ciò ci ha incoraggiato a prendere nuovamente e pubblicamente parola. Scendere in piazza è importante, su questo tema lo si fa sempre meno, ma invece è un modo per dare un volto a qualcosa e qualcuno. Ed è proprio questo che serve per superare lo stigma.

Alcune associazioni hanno fatto cadere la ricorrenza dei 40 anni il 5 giugno, riferendosi al giorno in cui la notizia uscì sul MMWR [Morbidity and Mortality Weekly Report, il bollettino del Centers for Disease Control di Atlanta]. In effetti è quella la pubblicazione che riprende il NYT pochi giorni dopo. C’è un motivo per cui avete scelto di ricordare l’uscita sul NYT e non quella su una pubblicazione scientifica?

Angela: Posso dire, nonostante io lavori in un policlinico, che siamo stanchi di ridurre l’HIV a una questione solo medica? Superando la monumentale riconoscenza nei confronti della medicina, che per carità, i medici a tutti gli effetti, ti salvano la vita, possiamo dirci che, sopratutto in Italia, rispetto all’implementazione PrEP e diffusione capillare del messaggio di U=U, i medici si sono mossi con inaspettato ritardo? O che è difficile dimenticarsi che mentre la gente moriva Montagnier e Gallo discutevano su chi avesse scoperto il virus? Possiamo anzi ricordarci di come molti passi in avanti su questo fronte si sono fatti grazie a una pressione politica continua, a volte disperata, da parte della società civile? D’altra parte non mi pare di aver visto fiumi di fiocchetti rossi in corsia il 5 giugno. Mi sarò distratta. ll New York Times presentò l’AIDS al mondo intero. Lo fece male, ma lo spartiacque culturale che segna "un prima e un dopo" è quello. 
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Angela Infante a Fire Island - New York
Filippo: E poi quell’articolo del NYT se lo ricordano tutti.

Angela: Tutti. E tutte. Per chi è sopravvissuto all’epidemia quell’articolo è un ricordo indelebile. Dopodiché l’AIDS circolava da anni, non ha mietuto le sue prime vittime nel 1981. Pare circolasse almeno dal 1969. E di contro per molti l’AIDS non è esistito finché non ha avuto un impatto diretto sulle loro vite, cosa che magari è successa negli anni ’90, o nei 2000, o forse domani. Interessante sarebbe chiedersi perché ci è voluto così tanto per accendere un’attenzione medica su questo e chi erano le persone che morivano ricevendo diagnosi erronee. Restando quindi nell’ambito del simbolico, questa data è importante per il suo portato culturale.

Come si svolgerà la giornata del 3 luglio? Dove e in che forma è possibile partecipare?

Filippo: Per il flashmob, diamo appuntamento a tutt* sabato 3 luglio alle 18:30 a Piazza Dell’Esquilino, alle spalle di Santa Maria Maggiore, a pochi metri dalla Stazione Termini! L’azione sarà performata da 41 persone che indosseranno maglie rosse con su stampato ciascun anno di questi 40 anni di epidemia. Abbiamo chiesto anche a chiunque altr* sentirà il piacere di raggiungerci di indossare il colore rosso, perché ci piacerebbe inondare tutta la piazza di questo colore, che rimane rappresentativo della lotta allo stigma e delle battaglie di prevenzione all’AIDS di questi 40 anni, e che per questo ormai io associo a un sentimento di comunità e speranza.

Angela: L’idea è poi di mostrare quella prima pagina del New York Times, e presentare all’interno di questo simbolico giornale alcuni messaggi chiave che abbiamo scelto collettivamente, ma che non voglio anticipare. Sarà un flashmob molto veloce e stiamo ancora valutando alcune opzioni emotivamente un pò toste. Vedremo cosa ci sentiamo. Rispetto al colore aggiungo che il rosso è da sempre il colore del sangue, del pericolo, ma anche quello della passione, quella che noi come comunità sierocoinvolta abbiamo messo nell’occuparci di questa pandemia e che non deve passare inosservata. Quindi sarà anche il rosso del pathos, della lotta.

FilippoInvitiamo tutti e tutte a indossare una maglietta rossa proprio perché ci teniamo a rappresentarci come una comunità coesa. Forti della storia che abbiamo alle spalle, mi piacerebbe che tutte le persone che si uniscono alla piazza, a prescindere dal loro stato sierologico, non avessero nessun problema a dirsi “sieropositivə” per un giorno. Stiamo lavorando sulla visibilità delle persone sieropositive, che sappiamo non si potrà mai raggiungere senza l’aiuto di una collettività, di chi positiv* non lo è, ma ci è comunque vicino e solidale. Questa piazza in questo senso può trascendere il simbolico e rappresentare un aiuto concreto per tutte le persone che vivono con HIV.
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Filippo Leserri - attivista di Plus Roma
Mi sembra di capire quindi che alcuni dei messaggi che contraddistinguono questa giornata sono il reclamare la visibilità “fieropositiva” delle persone che vivono con HIV e l’essere tutt* sierocoinvolt*. Ci tenete ad anticiparne altri, per tutte le persone che verranno in piazza questo sabato pomeriggio?

Filippo: Standomi molto a cuore il tema della PrEP, il mio preferito è sicuramente “Liberi di godere”. Non solo perché la PrEP è un dispositivo efficacissimo per limitare la diffusione del virus, ma perché rimette al centro di tutta la mia comunità il tema del piacere e della libertà sessuale. Il piacere per me è un diritto umano. Quanto in un contesto di omofobia e sierofobia siamo come comunità in grado di riappropriarci del piacere oggi? È un tema su cui dovremmo interrogarci, non solo dal punto di vista della salute fisica, ma di quella mentale, della qualità della vita stessa.

Angela: Un messaggio che è quasi un grido di esasperazione per me è “Famose ‘sto test, perché ancora nel 2021 viviamo in questo psicodramma da test HIV. “lo faccio”, “Non lo faccio”, “Preferisco non sapere”, Ne faccio 4 diversi in diverse strutture”- Basta! Questa impasse generalizzata sul test, che non riesce a normalizzarsi come banale prassi di routine, è il risultato delle pessimeo inesistenticampagne ministeriali di prevenzioni fatte in questi anni. “Famose ‘sto test”, letto proprio con questo tono esausto che senti adesso nella mia voce, lo dovremmo scrivere sui muri di tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado. E speriamo di farlo. Anzi: facciamolo!

Un altro messaggio a cui tengo molto è sicuramente "U=U”, perché ci permette di educare chi ancora non sa che chiunque viva con HIV ed è in terapia efficace oggi ha lo 0% di possibilità di trasmettere l’infezione. Certo stigma e diffidenza non si superano col nozionismo ma attraverso processi emotivi e culturali, però che il rischio fosse dello 0% spaccato prima non lo potevi dire. Oggi sì. Questo fa una grande differenza. Il terzo messaggio che mi emoziona è lo stesso di Filippo, “Liberi di Godere”. 
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L'artivista Marcos Chin per la campagna "Take Charge With PrEP" di APICHA
Angela: Posso aggiungere anche due intenzioni che mi porterò in piazza sabato e che la serie “It’s a sin” di Russell T. Davies spiega benissimo? Invito a vederla chi non l'avesse fatto. Il primo momento che mi risuona ancora in testa è il dialogo della protagonista femminile con la madre dell’amico del cuore, dove si sfata il mito della madre che è per definizione sempre e solo mossa dall’amore. Di mamme ce ne sono tante tipi, e diciamocelo, non tutte hanno sempre gli strumenti necessari a evolversi culturalmente e a diventare davvero buone madri. Chi appartiene alla comunità LGBTQIA+ questo lo sa bene, ma la storia stessa dell’AIDS ce lo conferma: oltre alle famiglie in cui si nasce esistono anche quelle che si costruiscono al di fuori dei legami di sangue. E queste meritano di essere celebrate. 

Un’altro sentimento che porterò al flashmob è evocato nella serie quando il protagonista, che continua a parlarle nonostante lei palesemente non lo capisca, dice alla madre: “Sai cosa mi dispiace? Che alla fine di tutta questa storia le persone si ricorderanno i morti. Invece io mi voglio ricordare tutti gli uomini che mi sono scopato, e che mi sono scopato con grande, grandissimo sentimento”. Dovremmo davvero ridefinire cosa intendiamo per “responsabilità” quando parliamo di HIV. Per me significa “rispondere abilmente a una situazione”, quindi: a volte si risponde abilmente indossando il preservativo, perché ce lo si porta dietro e ci va, e altre, con la medesima abilità, non lo si indossa, per qualunque sia il motivo per cui non lo si mette, ma ci si assume la responsabilità di quello che viene dopo. Se lavorassimo stressandolo di più questo fronte supereremmo tanti giudizi verso noi stessi. Per carità, ci vuole tempo, il coming out sierologico è un coming out complesso e nessuno lo nega. Però è pure vero che in Italia siamo lenti. Un lavoro enorme in questo senso lo potrebbero fare tutte le associazioni. Dovremmo ricominciare a vedere i film assieme, guardare le serie, parlare di libri assieme, ci credo molto. Altrimenti ripartiamo ogni volta da capo.
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Il poster della miniserie televisiva britannica creata da Russell T Davies
A proposito di fare cose assieme. Quest’evento chiude praticamente il mese del Pride. A 40 anni dall’arrivo dell’AIDS, in che rapporti sono oggi comunità LGBTQIA+ e HIV? Immagino che i rapporti in questi 40 anni abbiano subito evoluzioni, a che punto siamo?

Filippo: Allora parto da un dato statistico: la comunità gay, anzi meglio, la popolazione MSM (maschi che fanno sessi con maschi, che comprende come sappiamo non solo persone omosessuali, ma anche bisessuali, transessuali, questioning, etc.etc.) è tuttora quella più interessata a livello epidemiologico. Strumenti come PrEP o le terapie che portano a U=U possono aprire oggi una riflessione sul fatto che 30 anni di prevenzione schiacciata su un unico presidio, il profilattico, sono stati una piccola bugia. Tolti i giudizi morali e le buone intenzioni, attraverso i dati abbiamo visto che le persone hanno continuato a non usarlo ‘sto benedetto profilattico. Le scelte sul safer sex e sui comportamenti sessuali le conosciamo ormai. Oggi abbiamo quindi l’occasione di recuperare, come comunità LGBTQIA+ una riflessione generale aggiornata su HIV & AIDS. All’arrivo delle terapie la mia comunità aveva tacitamente deciso, anche comprensibilmente, di prendere le distanze dal tema, perché per troppo tempo ci si era portati questo stigma collettivo, quell’etichetta che lo raccontava come solo nostro. Oggi tutto questo si può rilanciare, sovvertire

Potremmo ricucire il legame tra HIV e comunità, senza avere più paura di essere etichettati, ma affrontando finalmente, pienamente, la questione delle persone che vivono con HIV, della loro visibilità, della loro dignità. Anche semplicemente il fatto di poter scendere in piazza, con tutte le persone con HIV, sarebbe dimostrazione da parte della comunità di comprendere il dolore che si prova ad essere discriminat*, la vergogna, il senso di colpa che si prova ancora oggi nel dire  “io sono sieropositiv*”. Questo è un momento storico delicato. Come Plus Roma, siamo stati orgogliosi di sfilare al Roma Pride come persone LGBTQIA+ con HIV. Nel nostro striscione, “Insieme blocchiamo l’HIV” la parole chiave per me era proprio insieme. Sarebbe bello quindi, considerato anche quanto la storia dell’attivismo ci lega indissolubilmente, che le prossime manifestazioni di piazza in cui si parlerà di noi venissero sentite come proprie e come un impegno da tutta la comunità. In fondo stiamo lottando contro lo stesso stigma.
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Roma Plus al Roma Pride 2021
Angela: Ti racconto quello che mi è successo di recente in una scuola superiore. Domando alla classe: “Se un maschio etero si contagia con l’HIV, che valore date a questo evento? Cambia la vostra idea di quella persona?”. Risposta iniziale della classe “Mmm, no dai. Sono cose che capitano nella vita”. Bene. Dopo domando “E se è una donna eterosessuale che viene in contatto con l’HIV? e mi rispondono “Poverina” (e già le mie coronarie stavano sul lungotevere). Allora chiedo “E se delle persone con una tossicodipendenza si scoprono HIV positive?” e loro abbastanza compatti rispondono “Poverini pure loro, sono presi dal sistema della droga (soprassediamo sul fatto che nel 2021 ancora ci si possa permettere di non sapere cosa ti fa l’eroina). Alla fine domando “se un uomo gay si scopre HIV positivo? plebiscito generale: “Eh vabbè, così te lo sei andato a cercare!”. Ecco. Ragazzi e ragazze di 16 anni. Questo è un esempio semplice, e potevo farne altri mille, ma ti racconta come la situazione culturale e di percezione generale ad oggi non sia cambiata. E mi dispiace molto doverlo dire. Siamo ancora in un paese in cui l’HIV viene percepito da troppe persone come un problema a carico della comunità gay. Abbiamo fatto passi in avanti? Non lo so, forse troppo pochi. A Roma per dire abbiamo dovuto aspettare la giunta Raggi per vedere uno Stop Aids proiettato sulla piramide Cestia. E gli altri sindaci? Possibile che nessuno si sia degnato di ragionare su questo tema prima?
 
Dobbiamo pretendere una migliore informazione, campagne di comunicazione in grado di trasformare l’HIV in un tema comune, quotidiano, maneggiabile. Questo non sta succedendo. Se poi pensiamo che la metà della popolazione LGBTQIA+ è pregiudizievole nei confronti di se stessa, hai fatto la frittata. Questionari in cui i membri della nostra comunità ti scrivono “Se io faccio sesso con una persona sieropositiva questa me lo DEVE dire e due righe sotto “Se io fossi sieropositivo però non lo direi MAI ”. A volte sembra di stare in un loop.
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L'ultima campagna di Plus omaggia un concetto molto bianconiglio: la "fieropositività"
FilippoSe oggi ancora tante persone omosessuali hanno un problema a parlarne apertamente, penso sia perché a frenarli c'è quasi sempre uno schiacciante senso di colpa. È un segnale che la comunità LGBTQIA+ non è ancora cresciuta, e non riesce a fare i conti con la propria omofobia interiorizzata. 

Angela: Ci siamo.

Filippo: Troppi pensano “io sono diverso”, “faccio sesso sbagliato, quindi mi espongo a un rischio”, “me lo sono cercato”, “è colpa mia”, certi sentire sono ancora troppo forti all’interno della comunità. Ed è un sentire che pregiudica poi i percorsi di cura di sé e i comportamenti legati al safer sex. Se questo è ancora così forte tra le persone sieropositive gay, vuol dire che qualcosa non sta funzionando, non c’è stata crescita.

Angela: E su questo punto, in quanto counselor di persone sieropositive, confermo che gli eterosessuali non hanno questo senso di colpa. Ce l’hanno magari rispetto all’essersi informati male, o perché son capitati in quel dato giorno in quella data situazione, però non c’è questa flagellazione generalizzata. Il senso di colpa che viene dall’omofobia interiorizzata lo riconosci subito, ed è difficilissimo lavorarci.

Se gli infettivologi avessero la capacità di lavorare anche su questo piano, o ne fossero coscienti fino in fondo visto il gran parlare che si fa di benessere psicologico, minority stress e aderenza alla terapie, forse si potrebbe fare una piccola rivoluzione. Basterebbe fare ovunque quello che alcuni professori illuminati già fanno, ad esempio l'unità operativa dove lavoro forma gli specializzandi e organizza corsi di counseling, o aggiornamenti sul Chemsex, sui comportamenti sociali, etc. Questo libererebbe di pregiudizi e magari metterebbe a valore l’esperienza delle associazioni. Servirebbe un intervento istituzionale, ma siamo ancora in mano alla lungimiranza dei singoli presidi clinici. D'altronde, se le reazioni a una diagnosi oggi sono identiche a quelle che avevamo 15 anni fa, vuol dire che siamo fermi. E lo dico da ottimista.
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Silvia Petretti, Angelina Namiba e Susan Cole attiviste di Catwalk for Power, il fashion show project di ACT UP London Women e Positively UK
E questo mi sembra non contraddica il lavoro culturale e di servizio che sia Plus che tu Angela state facendo rispetto al fenomeno del Chemsex. Rispetto a donne e HIV invece com’è la situazione oggi secondo te? C’è stata un’evoluzione rispetto a quella invisibilità che partiva dai trial medici fino alla sotto-rappresentazione sui media?

Angela: La situazione delle donne è complessa, in particolare quella delle donne lesbiche. Evocando di nuovo la cinematografia, se dai un’occhiata ad esempio al famoso “When We Risedove c’è una forte componente femminile, si parla della nascita del movimento lesbico, della case delle donne, dei movimenti separatisti femministi, etc, un’idea un pò di quegli anni te la fai. E scopri che anche in certi ambienti rispetto all’HIV si è avuto un atteggiamento molto giudicante. In vita mia la frase “Cosa vuoi aspettarti da maschi che fanno sesso in continuazione e si drogano” l’ho sentita tante volte, spesso in contesti che non ti aspetteresti. A parte questa tendenza, che non mi sembra serio quantificare, è importante dire che le donne sono state anche ottime alleate, tanto le lesbiche come le eterosessuali, tanto le donne trans* come quelle cis, milioni di donne che hanno aiutato milioni di amici a morire in maniera dignitosa. Occupandosene, ma non in quanto donne, perché tanti uomini hanno fatto ovviamente altrettanto, ma in quanto sorelle, amiche, “compagne” nell’accezione più fluida si possa immaginare. Non sto confermando che la professione di cura sia una professione femminile, ma piuttosto che è la professione di chiunque è predisposto alla cura e all’accoglienza dell’altro. Un lavoro emblematico fu quello delle Blood Sisters ad esempio, che crearono un movimento lesbico per la raccolta del sangue in un momento in cui ce n’era un bisogno disperato. O le lotte di ACT UP per inserire nelle sperimentazioni sui farmaci anche le donne che venivano escluse, e che, nonostante si contagiassero in percentuali minori, comunque si contagiavano e ammalavano. Celebre lo slogan “Le donne non prendono l’AIDS. Ne muoiono e basta”. Poi sì, si è svolto innegabilmente un ruolo importante in termini di coesione delle comunità, un lavoro di lotta e di cura, ma non di cura nel senso “to cure” bensì nel senso di “to care”. Eravamo una comunità molto unita. E certo, una donna in quegli anni ha avuto la probabilità di perdere più amici di quanto magari un uomo avesse probabilità di perdere amiche, ma oggi queste generalizzazioni è urgente superarle. Anche perché le donne, tutte le donne, lesbiche, etero, bi, trans*, continuano a essere meno visibili rispetto a questo tema. E quando visibili si rendono, nell’immaginario comune, sono automaticamente ex tossicodipendenti o passive vittime di uno stronzo che le ha infettate. Arriviamo sempre là. E la realtà ovviamente è molto più complessa di così. Oggi ci troviamo a dare diagnosi a ragazze giovanissime, ci troviamo davanti una serie di sfide culturali, legate all'accesso ai servizi, alla ricerca, ai presidi di prevenzione, che esigono evidentemente che la donna occupi più spazio nell’arena dell’HIV.
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Celebre poster di Gran Fury, il collettivo di artivist* di ACT UP
Filippo, un’ultima domanda sul nuovo Check Point di Roma. Cosa cambia da ora in poi in città sul piano della prevenzione?

Filippo: Ci terrei a mantenere distinti i piani. I volontari di Plus pur essendo impegnati nell’offerta di una serie di servizi, prima a Bologna e poi a Roma, non hanno mai voluto rinunciare a un lavoro anche politico e sull’immaginario. Detto ciò l’importanza del test credo ce l’abbia confermato anche la pandemia da Covid19: il test è l’unico strumento che ci permette di combattere la diffusione di un virus. Ne consegue che un accesso facilitato al test, gratuito, anonimo, fatto non necessariamente in un ambiente ospedaliero, magari accompagnato da una chiaccherata di 20 minuti, è molto importante. È per questo che nasce il modello Check Point, che finalmente è arrivato anche nella capitale, e che noi di Plus Roma abbiamo avuto l’onore e il piacere di ricevere in gestione. Sarà uno spazio che coinvolgerà tutte le associazioni che si occupano di HIV, e offrirà come servizio principale test rapidi e gratuiti, non solo per HIV ma per tutte le infezioni a trasmissione sessuali (o di gran parte diciamo, sappiamo che l’HPV è purtroppo capitolo a parte). Speriamo di riuscire anche ad aprire quanto prima uno sportello PrEP, ci teniamo moltissimo. Detto ciò il Check Point è anche un luogo dove si destruttura lo stigma, dove le persone possono parlare e confrontarsi liberamente, fuori da un contesto delicato come è quello dell’ospedale, e non interfacciandosi a personale medico o psicologi, ma a persone alla pari, persona preparate ma con il quale si instaura una relazione orizzontale, non giudicante e fatta prima di tutto di ascolto.

Angela: Aggiungo, da persona che ama molto PLUS, ha seguito i loro corsi, con loro si è formata, e molto di quello che ha imparato l’ha imparato grazie a loro, che mi piacerebbe che Plus valutasse anche ulteriori approcci all’HIV. Per esempio Plus organizza questi venerdì positivi dedicati alle persone sieropositive, che lì trovano uno spazio di confronto sicuro e necessario. Se volessimo ragionare sul “sierocoinvolgimento”, penso sarebbe importante a un certo punto aprire anche a compagne o compagni di persone sieropositive o a chi sta incominciando una relazione con chi vive con HIV e magari non ha le idee chiare. Lo facevo con il progetto HAARTisticamente e nei miei laboratori artistici, sogno di farlo a breve anche sul Chemsex, e posso assicurare che funziona molto. Pochi giorni fa ho conquistato un master in arte terapia (la formazione non finisce mai), e oltre al teatro counseling io per prima ho riflettuto su nuove possibilità: quando un virus con cui convivi invece di nominarlo e basta magari ti ritrovi a disegnarlo, ricamarlofarne un modellino, plasmarlo con la creta, impari a dargli un significato nuovo ogni volta, e in parole povere, diventi consapevole, ristabilendo nuove prospettive. Sapete che non promuovo certi approcci per guadagno, io certi percorsi li faccio soprattutto come volontaria e perché ci credo profondamente. A me sinceramente dispiace vedere così tante persone perdersi le loro scopate migliori, farsi scappare i grandi amori della vita, solo perché non conoscono. Allora rimandare ad alcune attività durante un colloquio di pochi minuti come quello del test, può essere un sassolino che crea cerchi concentrici sempre più larghi. È questo alla fine il lavoro che facciamo, dobbiamo crederci per forza. Ma poi lo sapete che salto qualitativo ti fa fare mettere in scena te stesso? È un salto nell’iperspazio. Ok. Ho finito. Ma ci tengo troppo, che ci posso fare?

Si vede, è un entusiasmo contagioso e grazie per il lavoro che porti avanti su Roma, servirebbe in tante altre città di Italia. Vogliamo chiudere rimandando all’appuntamento di Piazza dell’Esquilino?

Filippo: Voglio solo dare le istruzioni contro lo stigma: indossare una maglietta rossa, venire in Piazza dell’Esquilino Sabato 3 Luglio alle 18:30 e lasciarsi, piacevolmente, sierocoinvolgere.
40 anni con HIV 
Sabato 3 Luglio 2021, H18:30
Piazza dell'Esquilino, ROMA
​Evento FB:
​ Flashmob - 40 anni con HIV
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<![CDATA[UN GIOCO VIRALE. LO SPETTACOLO SUI 40 ANNI DELL'HIV APRE IL ROMA PRIDE 2021]]>Tue, 08 Jun 2021 04:00:33 GMThttp://coniglibianchi.it/blog/un-gioco-virale-lo-spettacolo-sui-40-anni-dellhiv-apre-il-roma-pride-202140 anni fa, il 3 luglio del 1981, il New York Times pubblicava un articolo dal titolo “Scoperto raro cancro in 41 omosessuali“. Quel ‘raro cancro’, a cui poi ci si riferì come il ‘cancro gay’, era l’AIDS, e quella era solo la prima pagina di una storia la cui fine non è ancora stata scritta.

SinnombreTeatro l’11 e il 12 giugno porta in scena al Centro Culturale Artemia, un lavoro che ricorda e celebra i primi, e si spera gli ultimi, 40 anni dell’HIV: “Un gioco Virale”.
 
Lo spettacolo scritto e diretto da Danilo Caiano, interpretato da Gisella Cesari e lo stesso Danilo Caiano, è prodotto da Angela Infante, in co-produzione con il Centro Culturale Artemia e con il sostegno del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. È anche l'evento di apertura del Roma Pride che, durante tutto il mese di giugno, celebrerà il #PrideMonth2021.
 
Abbiamo sedotto (o almeno c'abbiamo provato) e intervistato il regista, autore e co-protagonista per fargli fare qualche domanda dal nostro Brucaliffo fieropositivo.
Grazie di essere venuto nel mio giardino Danilo. Come nasce l’idea di questo spettacolo, “Un gioco virale”?
Sicuramente nasce grazie all'incontro con una donna meravigliosa che adoro da anni, Angela Infante, che mi ha sfidato chiedendomi di immaginare uno spettacolo a tematica HIV che usasse toni leggeri e non drammatici.
 
L’ambizione era quella di costruire una narrazione che non rimandasse agli anni '80, come avviene puntualmente al cinema o in tv, o in serie recenti e prodotti validissimi come “Pose” e “It’s a sin”, ma che riguardasse e arrivasse ai giorni nostri. L’immaginario collettivo è ancora molto condizionato dalla narrazione mainstream che ha raccontato la sieropositività sempre e solo in un modo. Film come "Philadelphia" o "Le Fate Ignoranti" hanno avuto una grande importanza ed erano (quasi) al passo coi tempi, ma oggi manca totalmente il racconto di come vive una persona sieropositiva nel 2021 .
 
Per chiarezza, la pesantezza allucinante di molte opere di fiction è più che giustificata dalla strage avvenuta. Parliamo di 33 milioni di morti. Però è anche vero che oggi la realtà, nei fortunati paesi dove l’accesso ai farmaci è garantito, è molto cambiata. E questo permetterebbe eccome di costruire nuovi immaginari, di contrastare quello che negli anni è rimasto un vero e proprio tabù. Così con Sinnombre Teatro abbiamo raccolto la sfida di Angela, e provato a creare un momento di intrattenimento, accogliente anche verso chi non frequenta troppo il tema.
 
Mmmh. Ambiziosi! E a chi si rivolge quindi “Un Gioco Virale”?
Lo spettacolo è rivolto a tuttә, però lo consiglierei soprattutto ai giovani, ragazzi e ragazze di 16/18 anni che vogliono approcciarsi all’argomento, perché è leggero ma è anche ricco di informazioni. Durante lo spettacolo infatti vengono evocati molti termini affatto scontati, come viremia soppressa, PrEP o UequalsU, e per non lasciare dubbi al termine di ogni replica abbiamo anche pensato di aprire, grazie al sostegno di un esperto, un piccolo spazio di dibattito.
 
Ci piacerebbe approfondire ciò che nominiamo nello spettacolo e lasciare spazio a domande. L'obiettivo finale resta quello di creare un momento di svago di mezz'ora, ma anche di far sapere come si vive oggi con HIV e cosa è successo in questi 40 anni. È rivolto a chiunque avverta un sano desiderio di saperne di più.
 
Ok, quindi praticamente è rivolto a tuttu!
Esatto.
 
Con queste premesse che idea avete avuto? Puoi anticipare qualche dettaglio sulla storia?
Certo. Ci siamo scervellati un po' perché non è automatico riuscire a parlare di HIV in modo divertente. Ma a un certo punto è nata l’idea di paragonare la pandemia a una partita a scacchi lunga 40 anni.
 
Abbiamo immaginato due protagonisti, Alfa e Beta, un ragazzo e una ragazza, che intraprendono questa partita evocando termini, come contagio o cura, che con gli scacchi hanno poco a che vedere. Non anticipo nulla sul finale, ma di base da un lato c’è un Alfa che per vincere la partita cerca di diffondere il virus il più possibile e dall’altro una Beta che cerca come può di fermarlo.
 
L’andamento della partita ripercorre un pò le tappe della storia dell’AIDS, quindi inizialmente, alla scoperta di un retrovirus con la mortalità del 100%, la partita sembra totalmente in mano ad Alfa. Ci sono mosse come la fantomatica terapia AZT che sembrano in parte funzionare per Beta, che entra però davvero in partita solo con l’arrivo della terapia ART. La partita è lunga, e dal 1981 si arriva ai giorni nostri parlando anche di prevenzione e U=U, ma sempre nella maniera più comica possibile.
 
In scena sarete solə o avete costruito anche una scenografia ad hoc?
Abbiamo pochi elementi scenici ma molto presenti. I due attori governano la scena ma dovranno anche manipolare giganteschi scacchi da giardino, c'è una contrattazione perenne rispetto al preservativo raccontata con simbolici palloncini, si rappresenta la questione fintamente ossimorica tra protezione e piacere, compaiono fili rossi contagio, insomma succedono cose.
Chi interpreterà “Un Gioco Virale”?
Io, Danilo Caiano, e Gisella Cesari, l’attrice con cui ho fondato la compagnia teatrale Sinnombre Teatro. Solitamente è Gisella l’attrice principale dei nostri spettacoli, perché è bravissima e poliedrica, e perché di solito non recito negli spettacoli che scrivo e di cui faccio regia. Per questo spettacolo però ci tenevo particolarmente ad esserci, la stessa Angela ci teneva fossi anche io in scena, perché per un progetto del genere metterci la faccia è importante.
 
Cosa intendi per metterci la faccia?
Parlo dell’importanza che una storia del genere venga raccontata da una persona apertamente sieropositiva, come lo sono io. Mi piace pensare che anche un momento breve e leggero abbia il potere di scardinare un pò quello stigma che ancora colpisce le persone che vivono con HIV e stimolare riflessioni. Credo sia importante anche semplicemente essere in scena perché, in un mondo che anche ancora immagina le persone sieropositive come emaciate figure in attesa di morire in un letto d'ospedale, il mio corpo, sul palco, davanti a te, ti racconta altro.
 
E poi volevo esserci pure per una questione sentimentale, fare uno spettacolo su questo tema lo riconosco come un infinito privilegio e credo che se lo avessi visto ai tempi del liceo mi avrebbe cambiato la vita, o di certo lo sguardo su molte cose. Per quanto mi considerassi uno che si informava tanto, a molte informazioni fino a poco fa non avevo mai avuto accesso. Ci tengo a recitare perché, nonostante la fatica di tornare in scena dopo quattro anni che non lo faccio, in questo progetto credo molto e il fatto che stia davvero accadendo e sia l'evento di apertura del Roma Pride di quest'anno mi rende molto felice.
 
È un entusiasmo comprensibile e condivisibile. Per quanto ogni giorno si facciano piccoli passi in avanti, reclamare la propria visibilità e investire energie in un progetto del genere non è scontato. Grazie anzi, a nome di tutta la comunità fieropositiva di Brucaliffi, Alici e Stregattə sierocoinvoltə! A proposito di sfruttare potenziali narrativi inespressi, con Angela Infante state lavorando anche ad un altro spettacolo. In che cosa è diverso?
Sì, è vero, non solo creare “Un Gioco Virale” è stato possibile grazie ad Angela, ma anche “Frammenti Queer”, il primo spettacolo sul quale stiamo lavorando assieme e che ha deciso di produrre prima di questo. Di “Frammenti Queer” è stata presentata un’anteprima due settimane fa, al Centro Culturale Artemia, e siamo al lavoro sullo spettacolo integrale. Nasce dall’idea di voler trasportare a teatro l’arte del collage, nella quale la stessa Angela si cimenta come artista da anni. Cosa c’è di potente di quel mondo da portare in scena - ci siamo chiesti.
 
E così è nata una storia, anzi due, diversissime e in corsa su binari che non si incontrano mai, se non in pochissimi attimi rivelatori. Il nome stesso anticipa come di queste storie si conosceranno solo frammenti, stralci che utilizzano registri linguistici e stili diversi, che alternano momenti drammatici a vera e propria stand up comedy, e che vivranno sul palco grazie ad una struttura di legno che stiamo costruendo in questi giorni, e che ci permetterà di mettere in evidenza una sola parte del corpo dell’attore per volta. Quando Angela ci ha parlato del collage infatti una delle prime cose che ci è venuta in mente è stato il concetto di dissociazione: attraverso una cabina su ruote e un sistema di pannelli che slittano e scompaiono all’evenienza, in modo da mettere in evidenza di volta in volta solo il busto, o solo un braccio, o solo il volto o le gambe, proveremo a raccontarla anche in scena.
 
Non voglio dire troppo ma diciamo che i protagonist*, Alice e Giulio, si rapportano entrambi a veri e propri processi di dissociazione, non riuscendo a riconoscersi in sé stessi, nei loro corpi, nelle loro stesse storie, che per quanto lontane tra loro si sovrappongono poi in momenti di dolore e violenza. Ci stiamo lavorando ancora un po' sopra e cercando il teatro adatto in cui debuttare con lo spettacolo integrale.
 
In bocca al grifone “Frammenti Queer”! Tornando a “Un Gioco Virale”, un format spettacolo di mezz’ora seguito da uno spazio di dibattito, sembra avere in sé il seme intelligente della replicabilità anche, ad esempio, all’interno del circuito scolastico. È nei piani portarlo nelle scuole, ci penserete?
La drammatica assenza dell’educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole ci ha fatto valutare un percorso del genere. In fondo lo spettacolo è pensato per essere accessibile anche a ragazzi e ragazze delle superiori. Lo abbiamo, in effetti, già presentato a diverse scuole, le quali ovviamente ci hanno restituito un problema dal punto di vista della sicurezza Covid che ha rimandato a dopo l’estate ogni valutazione di fattibilità. Però a dirtela tutta Brucaliffo, alcune scuole una risposta definitiva ce l’hanno già data, e apertamente ci hanno detto “di HIV non si può parlare nella nostra scuola”. Ce l’hanno detto proprio così, fuori dai denti. Quindi sì, l’idea c’è, il format era così anche per quello, però sappiamo che in Italia sarà tosta. Ci sono tanti ostacoli culturali e burocratici. Ma troveremo il modo.
 
Speriamo! Un’ultima domanda Danilo: che significato ha per te la visibilità? Perché è ancora così difficile oggi fare coming out sierologico e che ruolo pensi abbia la visibilità nella lotta allo stigma?
Secondo me è importantissima. Credo che più si è visibili e più i messaggi che veicoliamo acquistino forza. Lo si vede anche in tante altre situazioni, rispetto ad altre soggettività spesso invisibilizzate: avere l’ultima parola rispetto alla narrazione sulla propria vita amplifica immensamente la propria credibilità, l'autorevolezza, la capacità di comunicare e stimolare empatia e ascolto. L’alternativa d’altronde sarebbe essere raccontati da altri.
 
Certo la visibilità, per quanto sia uno strumento importante, è anche un’arma a doppio taglio. Non la si conquista gratis. Io personalmente la vivo come una responsabilità. Se una persona se la sente, sente che se lo può permettere, il che ovviamente rimanda a valutazioni personali e diverse per ognuno di noi, penso sia giusto fare la propria parte. Per sé stessi e pure per chi magari non ha la stessa serenità o occasione. Forse smuovendo un piccolo tassello da soli il quadro generale non cambia nell’immediato, ma penso che sia giusto partire da qua. Anche un piccolo singolo sasso può essere raccolto da tante persone. E poi, soprattutto nel nostro lavoro, che è il lavoro teatrale, la generosità è tutto. Io devo essere generoso, devo esserlo emotivamente, artisticamente, altrimenti non ha senso fare questo lavoro.

UN GIOCO VIRALE 
(40 anni di HIV)
 
Venerdì 11 e Sabato 12 giugno
 
Tre fasce orarie:
ore 19:00 - 19:45 - 20:30
 
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA
telefonando o scrivendo un SMS o WSP al numero: 3341598407
Ingresso: € 8
Tessera 2021 nuovi soci: € 2
CENTRO CULTURALE ARTEMIA
Via Amilcare Cucchini, 38
Roma (zona Monteverde – Portuense/Forlanini)
 Intervista a cura del Brucaliffo
 
Sinnombre Teatro
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